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Capita a volte di mettere un disco nel lettore e sentire che la traccia numero uno ci piace. Ci piace talmente tanto che siamo già abbastanza soddisfatti e surfiamo le altre tracce con superficialità perché tanto quello che volevamo sentire lo abbiamo sentito. Ci sono però delle volte che dopo aver goduto, sentito e risentito il pezzo che ci interessa, si passa alla traccia numero due con più attenzione e ci si accorge che è bella quanto quella d’apertura e ci si sorprende a chiedersi come mai prima non la si era notata subito. Il nuovo album dei Sigur Ros, uscito il 23 giugno, fa parte di quella categoria di dischi da considerarsi eccezionali, cioè quei dischi che da soli costituiscono un’eccezione ad una regola stabilita, che si stagliano dal fondo con maggior vigore. Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust è la sesta pubblicazione della band Islandese, in successione diretta a Takk, senza contare la quasi raccolta Hvarf/Heim. Un fatto non trascurabile visto che Takk appunto, ha contribuito ad accrescere la celebrità dei Sigur Ros in modo esponenziale. Il classico album esplosivo che rende quello seguente una sfida incredibile. Se il secondo album è sempre il più difficile, probabilmente il sesto lo sarà esponenzialmente di più. Ecco allora che tutti si aspettano il seguito di Takk. Capita sempre ai grandi album, come con Ok Computer dei Radiohead. La grande band però deve cogliere questa occasione come il momento per assestare il colpo di grazia definitivo, sfoderare l’asso nella manica a costo di scontentare qualcuno. Per i Radiohead è successo con Kid A. In cabina di produzione i Sigur Ros chiamano Flood (vero nome Mark Ellis) a dirigere. Quegli spiragli di luce che cominciavano a farsi largo nell’universo del quartetto d’Islanda, sbocciano e maturano. Eccolo qui l’asso nella manica. Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust spiazza. Trasuda felicità e allegria, gioia di vivere. Il lato A è un vero concentrato di energia, luce e primavera. È quello che non ti aspetti e che suona talmente strano che sai subito che ci vorranno dei giorni per capirlo, ma una volta capito non lo lasci più. Succede che Gobbledìgook travolge e contagia come niente dei Sigur Ros aveva mai fatto prima. Inní mér syngur vitleysingur (Within me a lunatic sings) sembra il terzo atto di un pezzo più lungo, una continua conclusione con quei crescendo che solo questa band sa regalare. Già. C’è qualcosa di infinito in questa musica, qualcosa che sembra non concludersi mai, che cambia, cresce e muta. Góðan daginn (Good day) è una favola della buonanotte, arpeggiata ed acustica, dolce e delicata, una cronaca di una giornata che non può non essere buona. Við spilum endalaust (We play endlessly) riprende il concetto di Innì Mér e chiarisce, se possibile, ancora di più la nuova strada intrapresa, un cammino senza fine fatto di arrangiamenti perfetti, archi, ottoni e sole. Festival si pone come spartiacque, confine immaginario tra i due lati del disco. Inizia in puro stile Sigur Ros, con la voce di Jonsiad intrecciare trame riverberate e dilatate su una base minima. Una poesia che prende fiato, si ricarica per poi esplodere tutta l’energia, che passa nelle orecchie e scende nella testa e lungo la schiena, cha fa venir voglia di alzarsi in piedi e correre, come sulla copertina del disco. Dai qui in poi però il ritmo rallenta, si lascia spazio alla voce e all’atmosfera, alla musica e al suono puro, a quel ronzio nelle orecchie che sembra davvero suonare all’infinito: Með suð í eyrum (With a buzz in our ears) . Il discorso vale per tutti i pezzi seguenti, senza distinzione. Un lato B che più Sigur Ros non si può, che ha in Fljótavík (il nome di un posto in Islanda) e Straumnes (una montagna nei pressi di Fljótavík), le punte di diamante, due pezzi collegati ed indissolubilmente uniti. Incredibile davvero. Questo è un album davvero importante, punto di riferimento per la discografia dei Sigur Ros che, fino ad oggi, ha regalato solo perle, rendendo la band una delle più importanti e appassionanti dell’intero panorama musicale. Questo è senza dubbio l’album migliore di quest’anno fino ad oggi e fatico a pensare cosa possa batterlo. Perché queste cose non succedono né per caso, né per fortuna. Perché ci vuole puro talento e passione e il coraggio di rischiare. E non è da tutti. Capita a volte di mettere un disco nel lettore e sentire che la traccia numero uno ci piace. Ci piace talmente tanto che siamo già abbastanza soddisfatti e surfiamo le altre tracce con superficialità perché tanto quello che volevamo sentire lo abbiamo sentito. Non questa volta. Questo suona all’infinito.
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