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Ritengo ci siano parallelismi tra la musica e l’arte culinaria: entrambe possono portare uomini comuni e disperati a gioie sublimi ed onori inaspettati, semplicemente sviluppando una qualche idea che, per caso, si trovava a stanziare sul fondo del loro cranio. Seguendo questo bizzarro ragionamento composto alle sette d’un’uggiosa mattinata (e ieri sera ho preso solo un antidolorifico, vorrei specificare), giungo a paragonare gli Yesan Damen a una mousse di cioccolato speziato, creata dall’intelletto di qualche chef. Questo gruppo ha base a Seattle, città che, inutile ricordarlo, ha dato i natali a gruppi come Nirvana, Alice In Chains, Foo Fighters e Nevermore; ed è giunto al secondo album (appunto questo “Chronos/Kairos”) dopo il già promettente “The Never Beginning Story” del 2006 che li aveva designati come gli eredi di The New Pornographers e Belle And Sebastian. Mente degli Yesan Damen è Danny Kwak, ma forse il punto di forza del gruppo, che lo rende così particolare e moderno e il non essere composto da elementi fissi: questa è una garanzia di risorse pressoché illimitate. Parliamo comunque di indie-rock, inteso però in chiave diversa e più elevata: non è certo il solito disco scanzonato o di formazione, il sound degli Yesan Damen è sottile, malinconico, profondo e maturo. Se l’indie-rock è la cioccolata, la viola, il banjo, il flauto sono le sue meravigliose spezie. Come il titolo suggerisce, qui si parla di tempo, tempo perduto, tempo che scorre, il tutto espresso da originali arrangiamenti vocali e complessi ma piacevoli mix strumentali. Certe opportunità sono ormai perse per sempre, l’adolescenza non ritornerà, ma poco male se si riesce ad accettare tutto ciò con consapevolezza. È incredibile come la loro assurda bravura li permetta di parlare di dubbi in modo lapidario e quasi rassicurante, rilassato, tra giri di chitarra assolutamente indimenticabili. Tra le tracks quelle che colpiscono maggiormente sono Whoa!, perfetto preludio per questo disco, e la meravigliosa Osaka, canzone capace di cullare tra viole e violini e di suggerire immagini di baci rubati, luci soffuse e tinte pastello. Altra traccia interessante è Consequence, dove il banjo ci ricorda quasi i fasti di gruppi come gli America. Questa non è di certo una band da successo planetario, né probabilmente lo vuole essere, visto che, per fare un esempio, titola la sua seconda opera in greco, ma ha una speciale sensibilità che ci dona perle di rara intensità.
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