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Sbocciati a tutti gli effetti lo scorso anno, dopo le prime pubblicazioni con la mitica etichetta Bomp! datate 2003, e rinati soprattutto grazie alla vena artistica di Ben Gmetro, leader e anima di una band che rispetto agli esordi ha ricostruito da solo, The Dreadful Yawns erano attesissimi per dare un seguito a Rest, primo album che il gruppo di Cleveland aveva inciso per la nuova etichetta Exit Stencil Recordings. E non pochi, compreso il sottoscritto, avevano inserito proprio Rest tra i migliori album del 2007, sapiente e divertente mix di folk/pop venato di rock psichedelico West Coast.
Quasi impossibile ripetersi dopo la piacevole sorpresa di un anno fa, ma il geniale Ben Gmetro ha avuto il gran merito di confermare tutta la band del precedente lavoro, potendo contare quindi su una perfezionata intesa e con un sound tutto sommato riconoscibile. Il colpo che non ti aspetti è stato però quello di partire da quell’intesa e da quelle sonorità per spostare il centro da un’altra parte. Così, da domani martedì 2 settembre è disponibile Take Shape il nuovo cd di The Dreadful Yawns, e già dai primi ascolti si può notare una certa limatura di suoni che può rimandare più ai Velvet Underground che a certo folk/rock da West Coast, che spesso si intravedeva tra le righe e le note di Rest. E’ vero che il pezzo d’apertura Like Song si mantiene ancora su binari da folk ballad, confermando il talento di Gmetro per una certa tessitura melodica acustica, ma già la coda strumentale di quasi due minuti sembra voler spiazzare l’ascoltatore e portarlo in una dimensione altra. Dettto, fatto: Queen And The Jokester si sposta più rumorosa e sinistra, con un drumming chiassoso e serrato di rullante sul quale le chitarre elettriche e il basso sporcano un riff rock che sa di Midwest e East Coast, un po’ come il chorus e certi stop and go alla White Stripes. La trasformazione sonora in questo Take Shape è quindi evidente e la senti nell’up-time di Kill Me Now, in odore di Arcade Fire, grazie anche all’interpretazione vocale di una convincente Elizabeth Kelly e con un testo curiosamente macabro, nelle chitarre taglienti di Eric Schulte e dello stesso Ben Gmetro in Saved ancora condita dal drumming sicuro del batterista Chris Russo e da un ficcante suono di hammond. Vuoi vedere insomma che la spudorata brillantezza folk di Rest sia diventata una densa pasta di rock da costa newyorkese? A sentire le ritmiche soffuse sulle corde della elettrica della ballad Catskill, dolcissima e forse una delle cose più belle del disco impreziosita dal duetto di voci femminile e maschile tra Gmetro e la Kelly, a sentirla, dicevamo, il dubbio è confermato, ma ad ascoltare una spumeggiante Expecting Rain, piccolo gioiellino di appena due minuti cantato ancora da Elisabeth Kelly, si capisce che il cambiamento non ha intaccato la qualità e l’estro della band. Proprio in quest’ultimo pezzo, il tempo che rallenta, la canzone che si ferma per poi ripartire(escamotage usato diverse volte in diversi brani del disco) col riff dell’elettrica che insegue la linea vocale, sono gestiti con tale maestria che il brano scivola senza titubanze nonostante i cambi di tempo. Se All For Me ci entusiasma di meno nel suo percorso melodico leggerissimo, Dead Soldiers si muove semplice ma sentita fino coda strumentale che parte da un giro di basso per portarsi appresso percussioni e hammond, le ultime due tracce nascondono probabilmente gli elementi più forti di tutto il lavoro. Don’t Know What I’ve Been On parte come un pezzo alla Crosby, Stills & Nash per poi trascinarsi per 10 minuti con una lunghissima parte finale, frutto di parti improvvisate, distorsioni, feedback, improvvisazioni sulla batteria e una vasta gamma di noise effects più o meno calibrati. Se l’idea era quella di fare incontrare la West Coast psichedelica con la East Coast alla Velvet, obiettivo riuscito. Resta il dubbio che certe dilatazioni a briglia sciolta finiscano con appesantire l’ascolto, indebolendo la corteccia pop. Anche perché dopo il lungo solco centrale fatto di pieni e vuoti, con rallentamenti e ripartenze, il brano torna sugli accordi e la melodia iniziale. L’ultimo pezzo, Mood Assassin, parte saturo di elettricità, si ferma sulla melodia cantata dalla Kelly (evidentemente sempre più importante negli equilibri della band), risale su un tempo da marcia, per poi rifermarsi e ripartire ancora sostenuta da un tema tracciato dal violino splendido di Clayton Heuer. Con un crescendo di rullante, e un riff alla chitarra elettrica tremendamente convincente da parte di Eric Schulte, la canzone si prende tutto lo spazio sonoro possibile e lascia come incantati, perfetto concentrato di saturazione e melodia.
A voler prendere spunto dal titolo di tutto il disco, Take Shape, sì è vero, prende forma una nuova dimensione sonora per i Dreadful Yawns. Qualcosa alla fine resta fuori fuoco, e forse qualcosa poteva essere ridimensionato nella misura e nel suono, ma, a patto di non aspettarsi un altro Rest, questo disco non vi lascerà delusi.
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