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Jakob Dylan
Seeing Things
2008
Columbia
di Giovanni Ansaldo
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A Jakob Dylan il coraggio non manca, su questo non c’è dubbio. Fare un disco folk di questi tempi, accantonando per il momento i Wallflowers, e caricarsi sulle spalle quel cognome così ingombrante non è cosa facile. Il figliol prodigo ha voluto però fare le cose in grande reclutando nientemeno che Rick Rubin, il padre degli “American Recordings” di Johnny Cash e di tanti altri album di successo. “Volevo scrivere canzoni capaci di suonare come se esistessero da sempre, come se fossero state scolpite nella pietra” ha dichiarato Jakob. Ecco, è proprio questo il problema. “Seeing Things” è un album che ha ambizioni perfino troppo alte per essere di fatto un esordio. Jakob Dylan non è un consumato folk-singer e si sente: i pezzi suonano spesso troppo piatti e “addomesticati” per coinvolgere davvero l’ascoltatore. L’apertura cupa di “Evil Is Alive And Well” potrebbe illuderci di aver di fronte ad un ottimo lavoro, ma già a partire dalla ballata “Valley Of The Low Sun” si intuisce che qualcosa non va. L’album sembra non decollare mai e rimane un po’ a metà strada tra tematiche più cupe e disfattiste - l’inevitabilità e la tragicità della guerra - e semplici e quasi pastorali canzoni d’amore. La produzione di Rubin tuttavia riesce nell’intento di dare quella giusta intimità al suono di ogni canzone, ma è proprio l’ispirazione di fondo a mancare. I testi poi sono davvero deboli e troppo forzati per l’eccessivo tentativo di suonare “senza tempo”, col risultato di essere più che altro semplicemente generici e privi di riferimenti comprensibili. Ne è un esempio “War Is Kind”, che vorrebbe essere la “With God On Our Side” dei nostri tempi ma che suona in un certo senso anacronistica e francamente un po’ noiosa. Stesso discorso vale per altre ballate del disco come “Will It Grow”, “Everybody Pays As They Go” e “On Up The Mountain”, che potrebbe essere uscita dalla penna di un James Taylor poco ispirato. La voce di Jakob, più che a quella francamente inarrivabile del padre, suona più che mai vicina a quella del “Boss” Bruce Springsteen, quasi come il figlio di Mr. Zimmermann avesse voluto realizzare il suo “Nebraska”. Tuttavia è proprio il mood, l’ispirazione di fondo che si respira tra queste canzoni a non convincere. La ricerca di un suono arido ed essenziale è troppo dichiarata e suona francamente poco spontanea. Jakob non riesce insomma a suonare credibile, nonostante ci provi con tutte le sue forze. Il suo appigliarsi agli stereotipi del genere, come in “I Told You I Couldn’t Stop” sembra più la ricerca di un appiglio sicuro che una vera e propria ispirazione. Il passato pop-rock con i suoi Wallflowers si rivela qui forse più un peso che una risorsa per affrontare un genere sicuramente diverso come il folk. Tra il piattume generale non manca comunque qualche ottimo pezzo: il singolo “Something Good This Way Comes” è un piacevole bozzetto bucolico con tanto di spazzole alla batteria, “All Day All Night” è una novella "Maggie's Farm" e la conclusiva “This End Of The Telescope” è il pezzo migliore. Sembra quasi che Jakob abbia trovato alla fine del viaggio la canzone tanto cercata e mai trovata. Chissà che non sia un buon auspicio.
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03/09/2008 -
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