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Il 2008 è stato un anno prodigo di reunion. Ultimi in ordine di tempo a dare alle stampe il nuovo lavoro sono i redivivi Verve, tornati insieme dopo lo scioglimento ufficiale datato 1999. Uno scioglimento che all’epoca ha suscitato parecchio scalpore, non fosse altro che per essere arrivato di pari passo con il successo globale. Successo o no, dopo Urban Hymns, la band si scioglie e, Aschroft a parte, degli altri componenti si sa quasi niente o comunque non interessa molto. Il ciclone Britpop comincia ad affievolirsi e arrivederci e grazie. Poco importa dei due album precedenti: dei Verve tutti si ricordano per Bitter Sweet Simphony ( e del video relativo) e di poco altro. Il sound che abbiamo nelle orecchie dunque è ancora quello di una decina di anni fa, molto pop, discretamente accattivante e genialmente semplice. Questo fino al 25 agosto, data di pubblicazione di Forth, un album che merita più di un ascolto e che lascerà certamente molte orecchie avide di singoli facili particolarmente deluse. Già perché con Forth i Verve fanno un passo indietro, ed è bene andare a scomodare le origini per capire il come si è arrivati a questo punto. Riesumati dalla polvere A Northern Soul (1995) e A Storm In Heaven (1993), Ashcroft e soci confezionano un disco complesso, molto ben strutturato e stratificato. 10 tracce (a mio parere la quantità ideale per un album) mature e affascinanti, quasi tutte sopra i sei, sette minuti di durata. Svestiti i panni da fenomeni, si ritorna ad una neo psichedelia che tende spesso e volentieri a sfociare in puro shoegaze style, mantenendo un occhio fisso alla melodia e uno alla libertà di fare musica così come viene. Le coordinate vengono fissate con Sit And Wonder, cupa, elettrica, ipnotica nell’incedere vocale di Ashcroft e nei riff duri di Mc Cabe. Un bel funerale al vecchio Brit. Posizione numero due per il singolo che tanto sta facendo bene in radio: Love Is Noise, una parentesi luminosa e vagamente danzereccia. Recita un po’ la parte del pesce fuor d’acqua, ma come pesce non è per niente male. Il pezzo è easy listening, rimane in testa e non ne esce più. Semplice, diretto. Il singolo ideale e un po’ ruffiano nel chiamare a raccolta un pubblico forse fuori target. Il resto dell’album infatti procede sulla pista segnata dalla track d’apertura, accentuando i toni più duri scorrendo le tracce. Rather Be e Judas chiudono la prima parte del disco. Entrambe giocate sull’abilità canora del frontman, sono due ottimi esempi di come il concetto di potenziale singolo sia molto cambiato, almeno per quanto riguarda i Verve. Judas in particolare è molto evocativa, soft, con cori che ricordano da vicino gli U2 di Zooropa. Stiamo comunque parlando di un pezzo che va ben oltre i sei minuti. Stesso discorso per Numbness, mentre I See Houses e Valium Skies sono quanto di più simile a Urban Hymns si possa trovare nell’intero album. Per Valium Skies possiamo parlare di sorellanza diretta con Lucky Man senza alcun timore reverenziale. Noise Epic invece è di tutt’altro avviso. Dura, psichedelica e aggressiva. Un crescendo magnetico per uno dei pezzi migliori dell’intero disco. Columbo e Appalacchian Springs chiudono in maniera più che degna un album molto coraggioso, tendenzialmente scevro da compromessi commerciali e personale. Un buon ritorno alle origini che non trascura né il passato solistico più recente dei vari membri (Love Is Noise ha un che di A Song For The Lovers di Ashcroft) né l’esperienza accumulata in 20 anni di travagliata attività. Si viaggia tuttavia con il freno a mano leggermente tirato, coscienti e forse inconsciamente in balia del fatto che dai Verve tutti si aspettano più la ballata classica che la sperimentazione: i momenti migliori la band li regala lasciandosi andare, pigiando sull’acceleratore, rivelando un volto celato per troppo tempo. Poco male, sarà per la prossima volta. Onore comunque al merito: alla notizia di questa ennesima reunion un album come questo in pochi se lo aspettavano.
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