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La verità è che alla musica italiana servono dischi come questo: eccola già detta la cosa più importante. Minima storia curativa è il terzo lavoro dei milanesi Egokid, formatisi nel 2000 e con all’attivo due precedenti lavori in inglese The Ego Trip Of The Egokid (2003) e The K Icon (2006), ed è anche il loro primo lavoro per l’etichetta L’aiuola, nonché il primo cantato in italiano. Alla nostra musica lavori come questo fanno bene perché hanno il gran pregio di proporre uno sguardo “altro”, una sensibilità diversa dal comune scrivere e raccontare della nostra canzone. E con un presupposto così, il risultato è quasi già nella premessa. A provare in ogni caso a definirli ci troveremmo a districarci fra una patina pop, a metà tra arrangiamenti new wave e sonorità quasi prog anni '70, accelerazioni rock con buone chitarre distorte ma sempre tenute da chorus e riverberi, ritmiche vivaci ma arrotondate nelle timbriche, arrangiamenti vocali e linee melodiche mai troppo invadenti, con qualcosina da rivedere nell'incisività dell'interpretazione, e magari non sempre efficacissimi nella resa timbrica (o troppo sfacciatamente esibiti in alcuni cori), ma con una misura e un equilibrio nel porgere il testo di rara professionalità.
Il rischio in questi casi è di fuggire o meno dalla normalità radiofonica attuale. Rischio che da un alto gli Egokid intelligentemente fuggono con un atteggiamento “altro”, soprattutto nelle liriche, e dall'altro invece faticano un po' di più ad evitare nella resa sonora. Ma sono difetti quasi inevitabili per una band al primo disco in italiano e per un pubblico italiano. E spesso l'orecchio poco abituato a racconti pop inusuali ci mette un po' a capire dove stanno i particolari che fanno la differenza. Ma può essere considerato un difetto, o non è invece un pregio?
Così La nostra via, che apre il disco, prova ad aggredire l’ascoltatore con distorsioni e cori belli pieni, ma poi vira verso un fotografare puntuale, quotidiano: “E adesso siamo soli / due cuori una capanna in centro / spero di arrivare più puntuale / con l’amore acceso” e ancora “Ma ti ricordi a Capri / quell’estate senza amici /rinchiusi in una camera con vista su di noi”. E quella “camera con vista su di noi” è già uno scatto, un'immagine, un racconto in una strofa. Capisci, insomma che quel “La nostra via è importante che ci sia” è quasi una dichiarazione di intenti, noncurante di possibili sguardi sospettosi ma fiera della propria speciale misura. Lo stesso effetto lo garantiscono pezzi come Arbasino, con le liriche che ricordano la prosa sconnessa e deviante dello stesso scrittore (oltre a citarlo esplicitamente nel testo), l’ironia amara di Anaffettivo, desolante nella sua presa d’atto “A volte sono anaffettivo / ma non è un caso isolato / sono sicuro di essere in buona compagnia”, ma sempre carica di frivola saggezza, il cinismo di Il cattivo o la liberatoria La condizione esistenziale: “A furia di discutere di ciò che è bello o brutto / non ho più opinioni da indossare / nell’alta stagione”.
Pezzi come quest’ultimo mostrano però il lato debole di alcune delle composizioni, che non sempre rendono nella stesura sonora, nella composizione melodica, la stessa brillantezza vista per l’approccio e per le liriche. Ma se alcuni brani si reggono su un equilibrio a tratti precario di arrangiamenti pop, puntellati di pennellate da new wave e da accenti rock, e non sempre sposano l’interpretazione vocale più morbida per caratteristiche e indole, l’effetto un po’ destabilizzante in realtà riesce ad ogni modo ad attirare l’attenzione e l’orecchio di chi ascolta. Insomma una specie di effetto Baustelle da tenere però a freno per non uscire troppo sopra le righe. Di livello più alto su tutti i punti di vista invece il gioiellino Milioni, vellutata, sensuale e antipatica il giusto, con un inciso da colonna sonora, arioso e perfetto per melodia ed armonia. Così come colpisce la quasi psichedelica E, ambigua praticamente nulla nel significato, (“A modo tuo mi hai amato / so che potrei avere molto di più / Emanuele”), ma accuratamente sospesa, nel cantato sottile, nell'arpeggio dell'acustica e nell'aprirsi dell'inciso. E non lascia indifferenti il tocco istrione e buffo di L’orso, che vede ospite Francesco Bianconi dei già citati Baustelle. Gli Egokid colpiscono di meno quando si misurano su territori più propriamente rock, per i quali probabilmente devono ancora focalizzare mezzi e fini, così in La donna-schermo e anche in Fotoshock, che pure vanta un crescendo non male o in Meta-me. Infine Imprevisti, il cui testo è stato scritto insieme a Bepi Vigna, sceneggiatore di Nathan Never, è la prova che i nostri sarebbero già pronti per una pacifica italian radio invasion. Le voci e gli autori dei pezzi sono Piergiorgio Pardo (voce, tastiere), e Diego Palazzo (voce, chitarre, tastiere), mentre al basso abbiamo Fabrizio Bucchieri, alla batteria Leo Ganazzali, Cristian Clemente alle chitarre e Davide Debenedetti ai sintetizzatori.
Da tenere d’occhio, questi Egokid e Minima storia curativa è un esordio in italiano che non dovrebbe passare inosservato e inascoltato.
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