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Premetto che non sono tra quanti rimasero folgorati dal terzo album dei rockers del Minnesota (emigrati a New York) Hold Steady, quel “Boys And Girls In America” che un paio di annetti fa li impose all’attenzione di tutti, facendoli diventare i cocchi di tanti critici andati in estasi di fronte alla sapiente mistura tra epicità springsteeniana e aggressività punk-pop alla Husker Du che trapelava dai brani. Sarà che non ho mai considerato né il Boss né il trio di Minneapolis stelle polari nel mio percorso musicale, o può darsi che abbia inciso negativamente la scialba produzione (fin troppo alla Guided By Voices per intenderci). O forse, dato che l’ascolto del disco era stato preceduto dalla lettura di recensioni intensamente appassionate e celebrative come capita di rado, semplicemente mi aspettavo molto (ma molto) di più.
E’ per questo che, avendo approcciato questo nuovo “Stay Positive” con una ingente dose di scetticismo, sono rimasto ancora più sorpreso nel ritrovarmi, al termine dell’ascolto, (quasi) convertito alla causa degli Hold Steady e del loro occhialuto leader Craig Finn. Anche se in realtà, più che “un gran disco”, “Stay Positive” è un buon disco che contiene alcuni brani invero eccezionali. E il fatto più clamoroso è come gli Hold Steady, impiegando in fin dei conti i soliti vecchi strausati ingredienti, riescano manco fossero un’iniezione di Viagra a ridare vitalità al flaccido ultrasessantenne corpaccione del rock’n’roll. E già. Perché non c’è dubbio: nei loro momenti più ispirati, gli Hold Steady sono capaci di elettrizzare, e non è un verbo che oggi si possa usare per chicchessia: lo fanno senza alcun dubbio sull’iniziale “Constructive Summer”, sulla title-track “Stay Positive”, su “Sequestered In Memphis”, il primo singolo, e sulla conclusiva “Slapped Actress”, brillantissime tutte e quattro grazie anche all’uso di efficaci cori che rimandano ai Clash del periodo ‘77-’78, se vogliamo modernizzati e, anzi, huskerdu-izzati. E anche quando all’adrenalina viene dato modo di essere riassorbita e i ritmi rallentano, gli Hold Steady piazzano due zampate di altissimo livello come la mid-tempo “Joke About Jamaica” e l’inquietante, magica ballata per clavicembalo “One For The Cutters”. Entrambe con delle liriche da capogiro.
E arriviamo così ad un altro dei punti di forza degli Hold Steady: la straordinaria capacità di verseggiare del 37enne cantante nonché leader Craig Finn. Uno che spesso per eccesso di modestia spende parole di compunta ammirazione per Bruce Springsteen e Joe Strummer (“facciamo un brindisi per San Joe Strummer” – canta peraltro su “Constructive Summer” – “credo sia stato il nostro unico insegnante decente”) ma che i suoi supposti maestri li ha già in qualche modo superati, quantomeno sul piano del songwriting se non della delivery sul palco. Scevre dai sentimentalismi retorici di Springsteen e dalla sloganistica ad effetto dei Clash, le liriche di “Stay Positive” confermano come Finn sia oggi uno dei più brillanti storytellers in circolazione, per molti versi perfino superiore al pur ottimo Willy Vlautin dei Richmond Fontaine. In teoria, il (difficile) tema che Finn si è proposto di affrontare su “Stay Positive” riguarda l’”invecchiare con grazia”. Poi, in realtà, la questione viene trattata da svariate angolazioni e con la disseminazione di indizi che sembrano (solo in apparenza) portare da tutt’altra parte, in una modalità che potrebbe essere definita “alla David Lynch”. Ciò che si discerne è che c’è una trasgressiva ragazza di buona famiglia che va al college in una cittadina di provincia dove un gruppo di ragazzi (“townies”) con l’arrivo della bella stagione decidono di lasciarsi alle spalle i tristi giorni della scuola e di “costruire qualcosa quest’estate” (in “Constructive Summer”). Ambizioni più che mai vane, perché nello scenario successivo descritto nell’immaginifica “One For The Cutters”, troviamo la ragazza di cui sopra che “quando non c’erano party, faceva festa con i paesani”, immersa in un’atmosfera perversa e decadente (alla “Twin Peaks”) dove girano alcool e droghe e i passatempi sono della varietà più proibita. C’è anche un delitto, (probabilmente) due omicidi, a cui la ragazza assiste (?) e che la cambieranno per sempre, tanto che quando torna in città dai genitori per Natale appare distante e, di fatto, diversa. Da come viene descritta la vicenda, si capisce che gli eventi risalgono a tanto tempo fa, forse agli albori degli anni ’80. In “Joke About Jamaica” Finn cambia angolazione e si sposta ai nostri giorni: dopo varie vicissitudini la ragazza è cresciuta, è diventata donna, e ricorda con nostalgia i tempi in cui faceva parte di una combriccola di punkettari (“Back then it was beautiful / The boys were sweet and musical / The laser lights looked mystical / Messed up stuff felt magical”). Insomma: l’epoca in cui “gli Youth Of Today e i primi 7 Seconds mi hanno insegnato alcune delle più valide lezioni di vita”, come Finn canta in una geniale strofa della title-track. Ora, invece, la vita è diventata più difficile e a tratti incomprensibile: “The boys are getting younger / And the bands are getting louder / And the new girls are coming up...” Ora è tutto competitivo e più difficile da affrontare, senza contare che ci sono troppe cicatrici e troppi tranquillanti… Ciononostante, conclude Finn: “we gotta stay positive”, “dobbiamo restare positivi”, come intona nel contagioso chorus della title-track. E questa è solo una (ahimè, fin troppo sintetica) sinossi della storia, che tocca anche le consuete tematiche del rimorso e della redenzione, care al cattolico irlandese Finn che le aveva già esplorate nel precedente “Boys And Girls In America”.
Ed è tutto oltremodo suggestivo, evocativo e appassionante, anche se purtroppo “Stay Positive” non si mantiene sempre a questi vertiginosi livelli, in special modo dal punto di vista del commento sonoro: “Both Crosses”, ad esempio, pare una goffa imitazione delle murder ballads di Nick Cave, mentre “Lord I’m Discouraged” è una fin troppo convenzionale ballata dal sapore country, peraltro imbrattata da un lungo e inutile assolo del chitarrista Tad Kubler che fa tanto Brian May dei Queen epoca “News Of The World”. E anche le robuste “Navy Sheets” e “Yeah Sapphire” risultano un po’ anonime, mentre “Magazines” – un buon rocker dall’ottima radiofonica melodia, la cui unica colpa è quella di non reggere il confronto con i momenti più trionfali del disco - raggiunge una larga sufficienza.
Ma anche se non tutto marcia come dovrebbe e potrebbe, quando ingranano gli Hold Steady sputano fiamme e lanciano saette: e “Stay Positive” – se a questo mondo c’è un minimo di giustizia - dovrebbe far fare il definitivo botto a questo improbabile collettivo composto da nerds quasi quarantenni, oltre a consacrare Craig Finn nel ristretto Olimpo dei grandi autori di rock’n’roll songs. Vederli dal vivo – se e quando torneranno dalle nostre parti – a questo punto diventa quasi obbligatorio.
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