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Per chiunque bazzichi anche solo sporadicamente il mondo del rock, il nome Slipknot è garanzia di qualità, e 5 milioni di copie vendute nei soli USA sono un biglietto da visita che non ammette discussioni. Nonostante queste credenziali, l’uscita di "All Hope Is Gone", ultima fatica dei demoni mascherati di Des Moines, ha fatto ribollire d’indignazione il solito partito dei “duri e puri” del metal, quelli che rifiutano ostinatamente il minimo cedimento alla commercializzazione e a un sound meno “spaccaossa”. Meglio allora mettere subito le cose in chiaro: "All Hope Is Gone" è un grande album, e un’opera metal incendiaria; anzi, è sicuramente una delle migliori produzioni in assoluto del 2008. Un avvicinamento del gruppo a strutture musicali meno arzigogolate, del resto, era già percepibile in brani come "Vermillion" e "The Nameless" (singoli tra i più riusciti eppure tra i più “commerciali” della band dell’Iowa), e si esprime ancora più chiaramente in questo disco, nel cantato e nello screaming di Corey Taylor, molto più vari e modulati rispetto al passato. La base ritmica “metallica”, comunque, c’è ed è più poderosa e aggressiva che mai, grazie a un Joey Jordison semplicemente mostruoso dietro alle pelli. Lasciamo dunque da parte chiusure mentali e snobismi vari, e andiamo a scoprire traccia per traccia "All Hope Is Gone", come solo i capolavori meritano.
"Execute" è la consueta intro in stile Slipknot, suoni distorti che preparano il terreno allo scatenarsi di "Gematra", la prima vera track, nonchè il primo assolo rimarchevole dell’album, con contorno di riff e break colossali e di un testo altrettanto importante e violento. "Sulfur" è modellata sul classico schema degli Slipknot, un puro groove metal con un muro sonoro compatto e imponente nella strofa e un ritornello decisamente più cantabile, sebbene dai toni decisamente oscuri. Segue "Psychosocial", già in circolazione da qualche tempo come singolo in versione ridotta: nella versione album si presenta ancora più potente e completa, non a caso è stata scelta come primo estratto da "All Hope Is Gone", dato che sembra essere la track che meglio fa da manifesto a questa nuova tendenza-Slipknot. "Dead Memories" è un pezzo decisamente heavy, ma in esso cominciano a delinearsi quelle tematiche intimiste che costituiscono la novità di questo lavoro. "Vendetta", luciferina e trascinante, è il brano più sfacciatamente death dell’intero album, ed è qui che il DNA metal degli Slipknot esplode in tutta la sua ferocia. Sorprendente è invece "The Butcher’s Hook": sin dalla prima nota, trascina l’ascoltatore in un rompicapo sonoro/onirico alla Meshuggah, un ottovolante in cui batteria pesante, brividi nu metal, litanie ipnotiche e screaming sulfureo si alternano a creare scenari inquietanti come un quadro gotico. Con "Gehenna" si ritorna verso episodi di decisamente più facile ascolto, anche se non mancano deliri sonori in stile Korn. Ma "This Cold Black" ci riporta rapidamente sui terreni classici del metal, e la batteria di Jordison è protagonista assoluta. "Wherein Lies Continue" con il suo ritornello pulito e la sua tenebrosa melodia è un altro dei brani che segnano la svolta sonora della band. Ma il vero stravolgimento di tutte le aspettative arriva con "Snuff", splendida ballata acustica lontana anni luce dagli Slipknot tutti growl e assalti ritmici. La canzone, tra l’altro, contiene uno dei migliori assoli dell’album. La title track chiude degnamente il disco, facendo assaporare un ritorno al vero death metal e alla massiccia carica esplosiva degli esordi.
In ultima analisi, ognuno è ovviamente libero di schierarsi coi sostenitori o coi detrattori: ma è un dato di fatto che con questo disco gli Slipknot siano riusciti a dare coerenza a un progetto sonoro che ai più poteva apparire confuso, e nel farlo abbiano anche trovato una nuova completezza e versatilità come compositori... Complimenti vivissimi a Mr.Taylor e soci!
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