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Jeff Ament
Tone
2008
Cims Store
di Andrea Belcastro
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“Jeremy”, “Nothingman”, “Nothing As It Seems”: se questi nomi non vi dicono niente probabilmente avete sbagliato recensione. Il perché è presto detto, essendo queste tra le più belle e famose canzoni dei Pearl Jam e le citiamo essendo opera di Jeff Ament, il bassista del celeberrimo gruppo americano di cui ci occupiamo in questa occasione. Canzoni di questo calibro non possono che essere frutto della penna (o della chitarra più propriamente in questo caso) di un artista di grandissimo talento, che però è da quasi vent’anni che deve lottare con i problemi che derivano dal far parte di una band di grande successo e caratterizzata da una grande competività interna (per quanto suggellata comunque da una lunga e solida amicizia tra i vari componenti). Insomma non è facile trovare spazio per le proprie composizioni in una situazione del genere, quando hai a che fare con gente e musicisti del calibro di Eddie Vedder, Stone Gossard e Mike McCready. Così che negli ultimi otto anni Jeff Ament si è ritrovato con un bel mucchio di ben 35 canzoni scartate dagli album dei Pearl Jam, e sentendo la necessità di registrare qualcosa di intimo che comprendesse la sua voce, ha deciso di selezionarne una dozzina e pubblicarle infine in questo "Tone".
Non si tratta però della prima fuga del musicista dalla casa madre, visto che a fine anni ’90 aveva già dato alle stampe dei lavori pseudo solisti (piuttosto buoni tra l’altro) a nome Three Fish realizzati in compagnia di un paio di amici tra cui Steve Stuverud che suona la batteria anche in sette brani di "Tone". Un’eccezione in un album registrato completamente dal solo Ament, il quale si sobbarca quindi quasi tutti gli strumenti e le parti vocali ad eccezione del brano vagamente soul “Doubting Thomasina” cantato da Dug Pinnick dei King’s X. Per fare le cose per bene, Ament nel tentativo di rendere il più possibile omogenea questa operazione, ha deciso di realizzare una sorta di concept le cui liriche narrano di un gruppo di persone provenienti dal Montana e della loro integrazione nella vita di una grande città. Il problema è che più di metà disco non sembra essere in grado di reggere le migliori intenzioni del proprio autore, denotando nelle sue canzoni, dallo stampo pop-rock, una certa leggerezza a tratti quasi fastidiosa. I primi tre brani ad esempio sono decisamente irritanti e si capisce bene il perché non siano stati presi in considerazione per nessuna opera del gruppo di Seattle. La situazione migliora leggermente in “Relapse” che si avvale di un interessante arrangiamento a supporto di un delicato e quasi psichedelico arpeggio di chitarra, ma ad affossare il tutto ci pensa una interpretazione vocale decisamente non impeccabile. Mentre “Say Goodbye” ricorda nel sound il recente lavoro solistico di Eddie Vedder (la colonna sonora di "Into The Wild") se non fosse che le due prove vocali non sono neanche lontanamente paragonabili. E per quanto lo sforzo di Jeff sia apprezzabile, non può non venire alla mente il pensiero che se i Pearl Jam hanno raggiunto un certo tipo di successo probabilmente è anche merito della potente e meravigliosa voce del surfista Vedder la cui mancanza in questo lavoro solista si sente particolarmente. La successiva “The Forest” era già presente in una versione strumentale insieme alla conclusiva “The Only Cloud In The Sky” nel dvd tutto dedicato ai fans italiani dei Pearl Jam “Immagine In Cornice”. Ma se la prima delle due è un classico, quanto superfluo, rock veloce e adrenalinico in pieno stile jammer (e la band ne ha anche realizzato una propria versione, salvo abbandonarla in seguito ai problemi incontrati da Vedder nel cercare di scriverne delle liriche appropriate) la seconda è invece un’interessante prova ritmica sorretta da un intrigante riff di chitarra il tutto permeato da soffici armonie vocali. Il capolavoro del cd è però “Life Of A Salesman”, una ballata ipnotica perfetta nei suoi toni vagamente lisergici. Un brano sicuramente degno di un repertorio migliore.
Si tratta quindi di una prova tutto sommato incolore, che non soddisfa le grosse attese derivanti dal pregevole curriculum del musicista e che si salva dal baratro del dimenticatoio grazie alle ultime ed apprezzabili quattro tracce (da segnalare a proposito anche l’ottimo impasto di chitarre acustiche, elettriche e basso fretless di “Hi-Line”). Un leggero passatempo in attesa del nuovo album dei Pearl Jam atteso per fine anno.
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08/10/2008 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
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