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Posso affermare con assoluta nettezza che il miglior concerto a cui abbia mai assistito è quello che i Clash tennero allo Stadio Comunale di Firenze il 23 maggio del millenovecentottattuno. Nonostante fossi a distanza siderale dal palco – dato che, ahimè, la gran bolgia mi ricacciò indietro proprio nell’imminenza della comparsa del gruppo - in quell’occasione ebbi un’esperienza paragonabile (immagino) a quella di chi vide Elvis Presley nel 1956 o i Rolling Stones nel 1971. Ed ebbi chiaro quanto sia totalizzante – quasi soprannaturale - trovarsi di fronte ad una rock’n’roll band al top delle sue potenzialità. Credetemi, è una cosa che non capita spesso; anzi, quasi mai: se è vero che i pianeti devono essere allineati in un certo modo, in quell’indimenticabile serata fiorentina lo erano di sicuro.
Con altrettanta certezza posso però dire che ad uno show dei Clash bisognava solo esserci: non esiste – non può esistere – alcun documento audio-video in grado di replicare un decimo dell’intensità di una loro performance dell’epoca d’oro, quando erano davvero la migliore band di rock’n’roll di tutto l’universo. E questo “Live At Shea Stadium” – registrato allo Shea Stadium di New York il 13 ottobre 1982, poco prima dello scioglimento del gruppo (o meglio: della cacciata di Mick Jones da parte di Joe Strummer) – non fa che confermare le mie credenze. “...Shea Stadium” più che altro infatti è un souvenir, una sfocata fotografia in bianco e nero di qualcosa che dev’essere stato infinitamente più travolgente di quanto non risulti ascoltandone le 15 pur apprezzabili tracce.
Va sottolineato che né il contesto né l’epoca dell’incisione sono tra le più promettenti: quel giorno allo Shea Stadium i Clash erano infatti “solo” uno dei gruppi a supporto dei ben più attesi The Who, ciò che li portò a fare una scelta di scaletta assai più “populista” del solito e con un solo brano tratto dall’imprescindibile primo album. Di conseguenza furono suonati brani di cui farei volentieri a meno come “Rock The Casbah”, “Tommy Gun” – uno dei brani più mediocri della produzione clashiana – e “Should I Stay Or Should I Go”, oggi insostenibile dopo ben ventotto anni di passaggi in radio e tv (grazie agli spot per la Levi’s). Va poi detto come risultino evidenti le carenze tecniche di Joe Strummer, Mick Jones, Paul Simonon e Terry Chimes (il batterista in questa fase causa i problemi di salute di Topper Headon): i brani più complessi, come le reggate “Guns Of Brixton” e “Armagideon Time” e le funky “The Magnificent Seven” e “Rock The Casbah”, sono palesemente inferiori alle versioni di studio e danno come l’impressione di essere suonate da una mediocre cover band. Vedendo i Clash dal vivo, queste mancanze restavano in secondo piano e non vi si faceva caso: la fantastica interazione (e le movenze - e l’energia!) sul palco di Strummer, Jones e Simonon riusciva a nascondere tutto. Ma ora, riascoltando il tutto asetticamente in cuffia, riemergono prepotentemente e non le si può tacere. Sull’altro piatto della bilancia, bisogna però dire che quando si tratta di puro, unadulterated rock’n’roll, anche su “...Shea Stadium” i Clash vanno sparati come treni: l’attacco con “London Calling” – dopo la delirante introduzione del manager Kozmo Vinyl - è come al solito emozionante, “Police On My Back” cantata da Mick Jones (e con Strummer che nel break rimprovera alcuni spettatori che chiacchierano disattenti “perché non ci riusciamo a concentrare”) è infuocata, “Career Opportunities” è rozza e sconnessa ma così deve essere (ed era, ai tempi del punk settantasettino quando fu composta in un garage di Londra W10), e “English Civil War” è forse il brano meglio eseguito di tutto il disco.
Ma in definitiva, come già detto, “Shea Stadium” è solo una testimonianza parziale. Un manufatto sterilizzato che ha però il merito di riattivare i miei circuiti della memoria per farmi ricordare le spintonate, i calcioni, le grida di approvazione, l’effluvio di erba bruciata e le zaffate di sudore adolescenziale. E poi là sopra quei Magnifici Quattro in formazione paramilitare, a scatenare l’Apocalisse.
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