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Ci sono band che sfornano raccolte e live dopo aver pubblicato un paio di album, semplicemente per mantenere alto il livello di attenzione e non cadere irrimediabilmente nel dimenticatoio universale delle meteore di classe. Modus operandi particolarmente in uso nel giro indie dove spesso e volentieri le discografie dei gruppi sono penosamente brevi e potenzialmente redditizie. I Bloc Party stanno adottando una strategia diversa, e nel giro di poco più di tre anni ecco arrivare il terzo album in studio. "Intimacy", la cui pubblicazione in senso tradizionale è prevista per la fine di ottobre, è già disponibile on line dal 21 agosto. Il quartetto londinese nell’ultimo anno e mezzo si è particolarmente dato da fare, tanto da arrivare a mettere insieme abbastanza materiale per un disco di inediti. Gruppo fecondo o sfruttamento indiscriminato di un potenziale filone aureo? La realtà sta nel mezzo. I Bloc Party hanno decisamente fatto il botto con "Silent Alarm", per poi riconfermarsi, seppur con qualche dubbio, con il recente "A Weekend In The City". Sound originale e riconoscibilissimo e un frontman decisamente carismatico come Kele Okereke hanno fatto la fortuna del gruppo fino ad oggi. Per quanto riguarda "Intimacy" possiamo considerarlo la terza via, una variazione sul tema con l’intento di battere nuove strade senza perdere d’occhio la fortuna passata. Niente di sperimentalmente innovativo, né tantomeno scioccante. Sebbene io sia il primo a sostenere il rinnovamento e la sperimentazione come unico mezzo per portare avanti un discorso musicale di qualità, è anche vero che mantenere una certa coerenza di fondo garantisce l’immortalità e spesso salva capra e cavoli. Onore a chi ci prova, il rischio di dare alla luce una schifezza è alto, ma il gioco vale la candela se le qualità ci sono. I Bloc Party di qualità ne hanno tanta, ma di esperienza pochina. E frutto di questa interessante irruenza è appunto "Intimacy", pensato come terza parte di un’ideale quadrilogia (l’ho scoperto da poco) che vede i singoli membri della band incidere più o meno su questo o quel disco. E se "Intimacy" risente, a detta del gruppo stesso, più del contributo del batterista Matt Tong che di tutti gli altri membri, stento un po’ a credere che Okereke se ne sia stato da parte senza dare del suo (testi a parte, come al solito più che interessanti). Questo conflitto tra le diverse anime del Bloc Party sound si materializza in un album potente ma spezzato. Il primo blocco è dominato da Okereke in pieno, e Ares e Mercury, primo singolo estratto, sono il seguito evidente di Flux, anch’esso uscito come singolo circa un annetto fa. Praticamente i Bloc Party che suonano come i Chemical Brothers di Surrender. Niente di più e niente di meno. Un connubio interessante, ma che si fa fatica a digerire. Con Halo invece si torna su trame più conosciute, arricchite da una sezione ritmica travolgente, aggressiva e potente. Un sospiro di sollievo. Idem Trojan Horse, One Month Off e Better Than Heaven, punti forti e spina dorsale del disco, motore incontenibile in grado di dare il meglio probabilmente live, dove si può sfogare al massimo tutta la furia accumulata. A far tirare il fiato ci pensano gli altri pezzi, in ordine Biko, Signs (il pezzo migliore con Halo), Zephyrus e Ion Square, nel cui testo compaiono pezzi di I Carry Your Heart with Me di E. E. Cummings. Suono più rilassato, d’atmosfera, a tratti rarefatto e cadenzato. Bilanciamento ideale per quadrare il cerchio di un album complessivamente potente, nato con poche pretese e con tanta voglia di farsi sentire, che conferma i pregi dei Bloc Party quando suonano da Bloc Party e i limiti di una band ancora incontestabilmente giovane e non in grado di evolvere fuori dai propri canoni. Ci sarà tempo anche per questo. Per ora aspettiamo la versione fisica del disco dove saranno presenti tracce extra, tra cui il secondo singolo Talons.
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