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Quando i Kings Of Leon hanno registrato il loro primo singolo nel 2002 “Holy Roller Novocaine” erano solo una delle giovanissime band che si affacciavano sulla scena indie ma già possedevano un istinto stupefacente, alimentato dal loro dna comune. In sei anni i quattro Followill - tre fratelli e un cugino - si sono trasformati in una delle rock band più promettenti del pianeta. Nel 2007 con il loro terzo album “Because Of The Times”, hanno dato libero sfogo alla loro audacia, uscendo dal garage ed entrando nell’arena. Ora, con “Only By The Night” hanno spinto la loro sperimentazione un ulteriore passo avanti, scegliendo di non farsi guidare dalle mani sicure di Ethan Johns che aveva prodotto gli album precedenti. Questa volta si sono prodotti da soli con la supervisione del loro mentore Angelo Petraglia, evidenziando una grande fiducia in loro stessi. Mentre album come “Youth and Young Manhood” del 2003 e “Aha Shake Heartbreak” del 2004 erano immersi nell’alcool, nella droga, nel sesso e in altri temi edonistici, “Only By The Night” è molto più “spirituale” nei contenuti. È un disco perfetto per tutti quelli che hanno accolto con entusiasmo il cambiamento musicale del 2007. Lo è un po’ meno per i fans della prima ora legati ad un certo tipo di sonorità. Gli scettici dovranno ricredersi: con questo album i Kings Of Leon dimostrano che non sono solo un gruppo di sbarbatelli, ma hanno talento e mai come adesso definiscono la loro ambizione. Il punto è che mentre troppi altri giovani gruppi scopiazzano e si appropriano della musica dei grandi ai loro viene naturale suonare “da grandi” e non sono per niente afflitti da timori reverenziali. Certo, anche loro hanno i propri “lumi ispiratori” ma riescono a sfruttare gli influssi in modo creativo. L’influenza degli U2 (che hanno supportato nel tour dello scorso anno) si sente in gran parte dell’album, soprattutto nell’energia di “Sex On Fire”, “Use Somebody” e “Manhattan”. Caleb Followill non sarà l’uomo impegnato che è Bono ma con la stessa attitudine rock ha messo su un disco che, nei momenti migliori, si pone all’altezza di “il miglior lavoro dei Kings Of Leon fino a questo momento".
Tutte le attese si materializzano con l’esplosione di “Closer” il brano d’apertura in cui la chitarra di Matthew introduce una sinfonia surreale mentre Nathan e Jared tirano fuori una base da brivido. Ma la prima vera sorpresa di “Only By The Night” è la voce di Caleb che appare subito più precisa e delineata rispetto al passato. La sua originale tonalità vocalica sempre piuttosto graffiante e avvolgente riesce a caricare le canzoni di un’emotività capace di esprimere perfettamente il senso di rabbia, malinconia o allegria. “Closer” svanisce come un banco di nebbia mentre “Crawl” esplode con il suo sound metallico, travolgente nella sua grazia selvaggia, influssi dei Led Zeppelin, chitarre di “Achtung Baby”. Poi un nuovo cambio veloce con “Use Somebody” entusiasmante inno indie in stile Arcade Fire caricato da uno di quei perfetti e indelebili ritornelli che caratterizzano le migliori canzoni di Caleb quando urla “You know that I could use somebody...”. Dal momento che sono geneticamente sincronizzati, ogni Followill ha messo del proprio nel disco dimostrando una superba bravura nel costruire canzoni strutturalmente perfette in cui ogni parte ingrana con il resto con una precisione infallibile. La voce sempre un po’ roca di Caleb Followill esplode nel ritornello di “Sex On Fire”, primo trascinante singolo estratto dall’album. Non mancano ballate inzuppate di nostalgia come “Reverly”, brani dall’atmosfera blues come “Manhattan” oppure avvolgenti come “Cold Desert”.
“Only By The Night” non né il disco dell’anno, né quello della consacrazione dell’ennesima band emergente. È un disco piacevole, con una buona dose di energia ma senza eccessi, autentico nella sua semplicità. I Kings Of Leon, a differenza di altri, hanno il pregio di non eccedere, si accontentano di fare bene ciò che sanno fare. Un vantaggio dell’essere americani è che puoi ancora credere che il rock salverà il mondo.
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