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Il 2008 è stato decisamente un anno di rientri in grande stile per il rock; e se Metallica, Slipknot, Motley Crue e Billy Idol hanno equamente diviso le rispettive fanbase in entusiasti e detrattori, finalmente è arrivato Black Ice a mettere (quasi) tutti d’accordo. Per due ragioni: la prima è che, a otto anni di distanza da Stiff Upper Lip gli Ac/Dc ci mancavano, eccome, e l’ascesa dei loro giovani e meno titolati connazionali Airbourne aveva da tempo risvegliato, nei sostenitori della premiata ditta Fratelli Young & Co., la fame ma sopita di quel sano, solare e scanzonato hard rock targato Australia; la seconda è che Brendan O’Brien, produttore a cui gli Ac/Dc hanno affidato il loro grande ritorno, è riuscito in un’altra delle sue magie, rinfrescando il suono della band senza per questo osare snaturarlo: e ci mancherebbe altro, perché, se Angus Young, tricorno e calzoni corti compresi, è a tutti gli effetti un’icona mondiale della musica, il sound a marchio Ac/Dc è una sorta di religione parallela per i rockettari di tutte le età, tant’è vero che Back In Black, un classico senza tempo, a tutt’oggi resiste, inamovibile, in vetta alle classifiche dei dischi hard rock più venduti nella storia.
Quanto a Black Ice, è un gran bel disco, da cantare, ballare e saltare dall’inizio alla fine, anche se siamo certamente lontani dagli Ac/Dc esplosivi di Highway To Hell. Black Ice ripropone i ritmi “filo-blues” già presenti in Stiff Upper Lip, alleggerendoli però di qualche contorsione di troppo e regalando ben 15 tracce in un mid-tempo schietto, pulito, accattivante. La batteria di Rudd suona piena e rotonda, quel ragazzaccio di Angus alla chitarra si dimostra all’altezza della situazione, grazie a quei riff malandrini e al tempo stesso decisamente catchy, ma a stupire è la voce di un Brian Johnson più in forma che mai, pare ringiovanito di quindici anni. Il primo singolo Rock’n Roll Train su disco perde qualcosa del suo potenziale incendiario; se lo godranno appieno i fortunatissimi che sono riusciti ad accaparrarsi i biglietti per le date italiane di marzo 2009 (sold out a tempo di record, per la cronaca). Ad una prima frazione di disco nettamente più radiofonica, in cui spiccano il potenziale nuovo singolo Anything Goes e le irresistibili Big Jack e War Machine, ne segue una più sperimentale, in cui – fatta eccezione per Money Made, forse la track più vicina agli Ac/Dc delle origini – affiorano persino echi di Led Zeppelin (Black Ice e Stormy May Day gli esempi più notevoli) e incursioni nella ballata melodica, come in Rock’n Roll Dream, e nel southern blues, vedi Decibel. Difetti? Pochissimi, in linea di massima, da chi si chiama Ac/Dc è lecito aspettarsi almeno un uptempo degno di questo nome, e magari qualche assolo di chitarra in più: entrambi non pervenuti. Ciononostante, questo è uno di quei gruppi per cui si può tranquilla mente affermare che il tempo passa, ma la classe resta. Per fortuna, e con buona pace delle nuove leve che si vedono soffiare la scena (e la classifica...) da simili “giovanotti”…
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