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L’accento di Mike Skinner è un misto particolarmente piacevole di influenze provinciali di Birmingham e la classicità snob di Londra, che in Inghilterra viene solitamente definito “mockney” (lo stesso di Lily Allen e Damon Albarn per intenderci), ovvero quello di qualcuno che si sforza di sembrare cockney per conquistare rispetto e credibilità popolare, per atteggiarsi. Con il nome d’arte di The Streets, Mike ha portato questa sua curiosa cadenza verbale nella musica hip-hop e ha conquistato un clamoroso successo, sia in patria che all’estero. Nel 2002 diede alle stampe Original Pirate Material, uno dei migliori album d’esordio nel genere mai realizzato: un concentrato di rime e testi witty (ovvero arguti), divertenti e musicali, e una scelta di loop e campioni molto curata e felicemente innovativa. Il disco segnò un ritorno dei mood funky e dub nelle sonorità hip-hop e un distacco dalla verbosità da gangster in direzione di un nuovo dizionario da studente disoccupato che cazzeggia sospeso fra la serata al pub e la nottata al club; caratteristiche e qualità che lo hanno reso per un certo lasso di tempo una sorta di versione inglese, innocua e ironica, di Eminem e un erede del garagismo hip-punk-hop dei Beastie Boys. Purtroppo il ragazzo non ha dato giusto seguito a questa partenza, arrancando affannosamente fino a questo quarto album, perdendo la retta via e sbandando verso malinconiche pinete dove ha scialacquato tutto il buon vino conservato nella botte, cantando, sbronzo di successo, melodie da depressi passerotti in calore. Uscito lo scorso 15 settembre, Everything Is Borrowed (“tutto è in prestito”) ci riporta finalmente un Mike Skinner in palla e soprattutto pieno di buonumore e voglia di divertirsi. Serenità quasi paradisiaca scorre nitida attraverso tutte le undici tracce: “I came to this world with nothing, and I leave with nothing but love” recita il nostro ad inizio disco. Tastiere suborganiche e voci femminili monastiche creano un’atmosfera da musical evangelico (in particolar modo nell’apertura della title track), stranulato da un approccio tronfio di british humour alla Monty Python. La chiesa come lo stadio, gospel e marcia militare, inno popolare per cori sgraziati e sermone iperverboso di un predicatore imbottito di allucinogeni che invita alla liberazione dei sensi. “I want to go to heaven for the weather, but hell for the company” (il ritornello della traccia numero due) esplica in modo lampante l’attitudine solare e scanzonata di The Streets in questo disco, che mette definitivamente alle spalle il difficile rapporto con la fama che lo aveva attanagliato nei precedenti due album. Molte le trame che vengono tessute da loop di tastiere e chitarre, estrapolate da ogni genere di disco e che mettono in risalto il grande gusto e l’originalità innata nella scelta del materiale da parte del pirata inglese, che intinge ogni profumo musicale in una putrida ma benefica pozza di funky (“The Sherry End”) e lo fa con un ghigno di raro ottimismo. Le batterie sono spesso suonate dal vivo e registrate appositamete da Johnny “Drum Machine” Jenkins per aumentare la sincera voglia di comunicare che trasuda dall’album e dalle liriche quasi filosofiche di Skinner e accentuare alcuni frammenti jazzy subliminalmente infilati nel percorso. Continuano i tentativi poco riusciti di canticchiare ritornelli catchy in prima persona, sempre fuori tono e talvolta infantili, su brani eccessivamente melodici (“On The Edge Of The Cliff” e “The Strongest Person I Know”), che erano la vera nota negativa dei precedenti lavori; inolte, la produzione non raggiunge mai i livelli altissimi del fortunato esordio, accontentadosi di graffiare l’ascoltatore con un permanente alone di sporcizia. Difetti che non consentono ad “Everything Is Borrowed” di farsi apprezzare nella sua interezza; ciononostante il disco sa farsi voler bene, contraddistinto da un umore notevolmente positivo e un quartetto di brani iniziali di assoluto rilievo, perfetti per tirarsi su da qualsiasi giornataccia e per ridere in compagnia al pub di fronte ad una bella pinta fresca. La maturità è ancora lungi da venire e in fin dei conti è meglio così: l’importante è che Mike continui a vagare per le strade dell’hip-hop con il sorriso stampato sulle labbra e con la testa piena di pensieri strani.
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