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Per essere fans dei Married Monk bisogna saper aspettare. “Elephant People” è il quinto album in quindici anni di attività e arriva ben quattro anni dopo “The Belgian Kick”. I membri della band francese sono sempre stati impegnati in side projects e per questo album si sono uniti al progetto del regista Renaud Cojo, per comporre la versione discografica di una performance spettacolo contemporanea che mette in scena la mostruosità come riflesso della realtà. I titoli, i testi, le illustrazioni sono tutte incentrate sulle figure emblematiche della mostruosità, che siano note come Joseph Merrick (reso celebre dal film di David Lynch “Elephant Man”) e Vincent McDoom, o meno conosciuti come Jaques Libbera, Delphine Censier, Clementine Delait. Complesso, tortuoso e affascinante, “Elephant People” è una specie di concept album che ruota intorno ad un tema e in questo è molto diverso dagli album precedenti della band francese, fino a questo momento ancora molto legata alla “forma canzone” tradizionale. Christian Quermalet e compagni esplorano qui nuove direzioni. Testi essenzialmente parlati, strumentali, atmosfere ambient, sonorità vintage. È il paradigma di un universo angosciante, a volte oscuro, spesso confuso, ma allo stesso tempo luminoso e colorato. La grande forza di ”Elephant People” è quella di proporre musica pop nel senso più usuale del termine in cui tutti possono identificarsi ma che dice cose orribili, evoca rancori insopportabili e instilla il dubbio profondo su quale sia la vera normalità. I Married Monk ci trasportano in uno spettacolo itinerante fatto di uomini elastici, donne dalle pelle di serpente, di immagini visionarie, di giullari nani. Da un punto di vista musicale, l’atmosfera tetra e inquietante è enfatizzata da un ritmo lento che ne sottolinea il mistero. Il ritmo caloroso di “Spiel” ci dà il benvenuto nello show. Le sonorità elettroniche di “Merrick’s Meditations” all’inizio gioiose diventano troppo presto ripetitive e noiose. Il breve e dolce passaggio di “Introducing Prodigies” riporta la calma per la presentazione di “Brother ‘J’”. Le percussioni ci fanno assaporare il clima ovattato di “Me And Me” e, finalmente, con “Clementine’s Song” possiamo ascoltare le prime melodie vocali con inserti parlati in francese su cui si innesta la voce calda, graffiante, e dolce del cantante. Il sound elettro di “Merrick’s Meditations” è degno dei migliori Daft Punk ma il culmine del disco è raggiunto quando il transgender Vincent McDoom prende il microfono in “Double Doom”, un’emozione cruda che deve la sua bellezza sia al testo forte e toccante che alla voce sensibile e androgina del cantante occasionale, magicamente accompagnata dal sassofono di Jaumet. La chitarra acustica si fa riascoltare nell’intro delicata di “Delphine’s Angels”. Quando la musica finisce siamo costretti a tornare nella nostra realtà, forse troppo noiosa e normale rispetto a questo mondo dei mostri strano e intrigante. I Married Monk hanno saputo trasformare la colonna sonora di una performance stravagante in un disco pop profondo e sinuoso, confermando ancora una volta di essere uno dei migliori gruppi francesi anglofoni.
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