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Secondo album per il collettivo “stanco di essere sexy”, “Donkey” arriva a due anni dalla pubblicazione internazionale dell’omonimo esordio e a tre da quella brasiliana. I Cansei de Ser Sexy lasciano la connazionale Trauma e passano interamente alla Sub Pop, con tanto di distribuzione Warner. Un traguardo importante, non solo per il quintetto, ma per l’intera musica brasiliana, che da sempre ha dialogato ad armi pari con jazz e rock (prima la bossanova, poi il tropicalismo e il sound di Bahia hanno influenzato legioni di musicisti dell’emisfero nord). E che ora – si può dire – entra a pieno diritto nella serie A del rock, dove se i due squadroni da battere sono da sempre Usa e Gran Bretagna, giocano da tempo Irlanda, Islanda, Canada, Norvegia, Svezia, Giappone, Germania e Francia (anche se le azioni di queste ultime due sono un po’ in ribasso).
Passa l’effetto sorpresa, passano i deliziosi ritmi superfrenetici del primo, sorprendente album: “Donkey” è un buon album, ma anche il classico disco di passaggio e assestamento. Alla ricerca di un’evoluzione del proprio suono, i Cansei de Ser Sexy a volte sembrano i New Young Pony Club (come nell’opening track “Jager Yoga”), a volte sfoderano suoni e giri di chitarra debitori della lezione di Mr. Robert Smith (“Rat Is Dead”), e ciò è tanto più curioso se si pensa che i cinque hanno dichiarato di essersi ispirati al rock Usa degli anni 90. In effetti, nella solita “Rat Is Dead” appaiono elementi della confusione organizzata dei Sonic Youth primi anni 90 o certe dinamiche di cui furono maestri i Pixies. Ma la dance è sempre la base forte dei CSS, e ogni nuovo ingrediente aggiunge una sfumatura alla ricetta senza snaturarla: segno della forte personalità del gruppo. E infatti, tra tutti i brani spicca proprio “I Fly”, ovvero il più vicino alle sonorità e ai ritmi dell’esordio. Capiamoci, però: indubbiamente le sonorità sono meno electro, molto più rock, ma sempre dance, ok? E poi l’elettronica non è scomparsa.
C’è chi vorrebbe le quotazioni dei Cansei de Ser Sexy in ribasso, ma non ci scommetterei. Magari non saranno il gruppo che rivoluzionerà la musica degli anni a venire, ma una band con una voce originale e la capacità di farsi ascoltare dovunque nel mondo sì. Una cosa a cui dalle nostre parti si può guardare solo con ammirazione mista a invidia.
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