|
Il “Live Santa Monica ’72” è un pezzo di storia che trova la sua pubblicazione ufficiale a 36 anni dall’evento che fotografa e ritrae: il concerto del 20 ottobre 1972 al Civic Auditorium di Santa Monica, California, durante lo “Ziggy Stardust Tour”. Registrato da una radio locale, il live è circolato a lungo come bootleg, per poi trovare una sua prima uscita semiufficiale nel 1994 con la Golden Years e nel 1995, per il mercato americano, con la Griffin Music. Ma entrambe le etichette di proprietà erano della Mainman, la società di produzione di Tony Defries che negli anni ’70 trasformò Bowie in una star, derubandolo però della maggior parte delle royalties. Ovvio che Bowie non autorizzasse la pubblicazione del live, per non arricchire ulteriormente l’uomo con cui aveva condotto una lunga causa. Così, dopo la delusione dell’ormai lontano “Reality” (2003), il Duca Bianco tira fuori dal cassetto questa che è considerata da molti la sua miglior incisione dal vivo, ed è senz’altro superiore allo storico “Ziggy Stardust: The Motion Picture”, testimonianza dell’ultima serata dello stesso tour, esattamente un anno dopo Santa Monica, all’Hammersmith Odeon di Londra: la notte che Bowie uccise Ziggy. Lì, una band stanca; qui, nel “Live Santa Monica ’72”, nel pieno delle sue forze e scintillante, la tracklist è leggermente diversa: qui ci sono "The Supermen", "Life on Mars?", "Five Years", "Andy Warhol", "Queen Bitch", "John, I'm Only Dancing", "I'm Waiting for the Man" (dei Velvet Underground), "The Jean Genie" (unica anticipazione da “Aladdin Sane”, che sarebbe uscito il 13 aprile 1973); là “Watch That Man”, “Wild Eyed Boy From Freecloud”, “All The Young Dudes”, “Oh! You Pretty Things”, “Cracked Actor”, “Time”, la rollingstoniana “Let's Spend The Night Together” e l’altro omaggio ai Velvet “White Light/White Heat”. Insomma, otto brani su diciotto sono differenti: rischio doppioni davvero ridotto, per quanto possano essere considerate doppioni delle esecuzioni live. Tra gli altri brani, si segnala in particolare, a mio avviso, la bella versione di “My Death” di Jacques Brel.
Certo, un’uscita da completisti e fan accaniti. Per tutti gli altri, e anche per i suddetti, certo, non resta che aspettare che il Duca si svegli dal torpore e si riprenda dal calo di ispirazione, sorprendendoci con qualche coup de theatre.
|