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Il gruppo di progressisti italiani, democratici finto-riformisti subcutaneamente conservatori, Methel and Lord arrivano al secondo album, “Steps Of A Long Run”, dopo un esordio osannato dalla critica (Pai Nai) nel 2004. Questa volta abbandonano un po’ di originalità per fare largo sfoggio di virutosismi tecnici e orpelli poco consoni ai nostri tempi e far rivivere sapori di band psichedeliche e canterburiane anni ’70, mischiandoli ai sapori free-jazz-prog delle colonne sonore all’italiana, Morricone, Western, Sicilia, “Pizza, mafia e mandolino” e sprazzi di John Zorn e pianeta Tzadik (purtroppo presto lasciati in secondo piano). I riferimenti della band sono molto alti (Pink Floyd su tutti, ma anche Genesis, Beatles, Peter Hammill) e le potenzialità degli strumentisti consentono facili entusiasmi e discrete aspettative, che vengono lentamente scialacquate dalla mancanza di buone canzoni. Non sarebbe un problema se M&L si limitassero a sprigionare la loro intensità sonora con taglio impro e de-strutture deleuziane come accade nei primi frangenti dell’album, lavorando più sull’atmosfera che sulla melodia; purtroppo invece, a lungo andare, eccedono nella ricerca di cicli chiusi e si fanno travolgere da “Echoes” di ispirazione, “Maybe” onesti ma ingiustificati, concedendosi pure un lento dal piglio malinconico, “Washed Untrue”, tutt’altro che riuscito. Tale confezione riduce il valore del disco e dei musicisti stessi, riportando alla mente quegli album decadenti, rovinosamente doom, realizzati negli anni ’90 dalle band succitate ormai mutate in dinosauri incartapecoriti ad un passo dal baratro. Molto meglio quando i ragazzi si divincolano fra barlumi di teatro d’avanguardia e moulin rouge “Gnu e Gna”, rendendo più bizzarre e imprevedibili le emozioni suscitate, cercando traiettorie sghembe e sorprendenti, con le sessioni di fiati che rincorrono frammenti di luce dagli abissi del dietro-le-quinte di un palcoscenico di provincia. Umori da festa di paese pronta ad essere infestata dal fantasma dell’opera e dalle paure di Dario Argento. Il carnevale si confonde troppo facilmente con Halloween e gli scherzetti sono eccessivamente dolciastri. D’altronde, come recita il titolo del disco, sono solo passi di un lungo cammino.
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