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Non è un caso che i D.F.A. siano presenti sul sito e nel catalogo, peraltro ben fornito, della Moonjune, una label newyorkese impegnata sul fronte del progressive, il cui nome, come non sarà certo sfuggito ai più smaliziati, rimanda ad uno dei brani senz’altro più significativi del progressive inglese anni ‘70, quella epica “Moon in June” di Robert Wyatt presente nel terzo album dei Soft Machine, che da allora in poi è diventata una sorta di bibbia, di vero e proprio “termine di confronto” per le generazioni che, nel corso degli anni, spontaneamente si sono succedute a tramandare, con coraggio e devozione, un genere musicale tutt’altro che facile, anzi. per certi aspetti, persino ostico e cerebrale. Né sarà sfuggito ad alcuni l’ulteriore citazione di “4th”, il “quarto album” dei Soft Machine. Ma qui siamo già in ambito jazz, per quanto i D.F.A. non possano considerarsi totalmente estranei a questo tipo di contaminazione, come ben dimostrano i riferimenti, discreti e ponderati, ai Perigeo, e quelli più marcati, almeno tecnicamente, alla musica dei Gong (seconda maniera) e degli Uzeb. Sì, il progressive francese non può non essere chiamato in causa, a mio avviso, quando la musica dei D.F.A., metaforicamente parlando, si “infittisce”, Questo “infittirsi” (scusate il termine, non ne ho trovati altri) non ha nulla di negativo, anzi è una caratteristica del “progressive” in genere: quella di proiettarsi in avanti, in lunghe ed elaborate suite, in ardue quanto complicate progressioni ritmiche e melodiche, intuizioni, fraseggi, sovrapposizioni di temi e strutture. A proposito di sovrapposizioni tematiche, è doveroso a questo punto un accenno ai Gentle Giant, poiché nessuno meglio di loro ha saputo racchiudere in una parabola musicale coerente le principali fasi dell’evoluzione “progressive”: dallo sperimentalismo “patafisico”, persino “dadaista” dei primi Soft Machine (“Canterbury School”), ai fasti del pop anni ‘70 (un nome per tutti: i King Crimson), dal tecnicismo esasperato dei vari Gong, Magma e Uzeb, alla “fusion” anni ‘80/’90 fino alle intrusioni jazz ed elettroniche. I D.F.A. non meritano di essere ascoltati come un gruppo minore, poiché vanno ad inserirsi meritatamente sul solco tracciato da grandi gruppi progressive italiani come le Orme, il Banco del Mutuo Soccorso, la P.F.M., gli Stormy Six e altri, solo per citarne alcuni, e a questa tradizione aggiungono nondimeno idee brillanti e innovative, sia sul piano tecnico e strumentale (vedi brani come “Baltasaurus” o “Flying Trip”) che melodico (la commovente introduzione pianistica a “Mosoq Runa”, una suite di circa 19 minuti, nella migliore tradizione progressive, o l’azzeccatissima “La Ballata De S’Isposa ‘e Mannori”, un canto sardo, un vero e proprio gioiellino, interpretato da voci femminili, ricco di pathos e suggestioni etniche). “4Th” ci appare persino migliore, denso di spunti pregevoli, rifinito e intrigante, senz’altro più equilibrato e maturo degli album precedenti, che pure, sono stati giudicati dalla critica molto favorevolmente, non soltanto in Italia, ma all’estero. “Lavori in corso” fu definito nel 1997 un’autentica sorpresa musicale e “Dudy Free Area” (dal cui acronimo è derivato poi il nome della band: D.F.A.), uscito nel ’99, il miglior album “progressive” dell’anno. Infine un’osservazione, che alcuni potranno non condividere, ma che io ritengo indispensabile per capire la musica dei D.F.A.: io ritengo che l’effetto complessivo delle atmosfere, degli arrangiamenti, degli intrecci melodici, privato dei suoi tecnicismi più aspri, della smania dello “strumentale per lo strumentale”, abbia molto a che fare con l’eleganza tematica, evocativa e stilistica di uno dei gruppi più importanti della “Canterbury School”, ingiustamente trascurato dalla platea ma amatissimo dalla critica, e cioè Hatfield and the North.
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