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Per parlare di Warren Zevon partiamo dal punk. Mi ha sempre colpito quanto il punk sia stato una nettissima – e mai più ripetuta dopo di allora – linea di demarcazione tra un periodo storico musicale e l’altro. La cosa incredibile (e, presumo, difficilissima da capire per le nuove generazioni) è come il prog-rock e il pop/rock californiano, generi dominanti prima del ‘76/’77, con l’avvento dell’era punk e new wave all'improvviso persero tutta la loro rilevanza. Dal giorno alla notte. E non è, come potrebbe sembrare, solo una favola che si raccontano i vecchi reduci. Fu proprio così, come confermato anche dai rockers progressivi Gentle Giant che, in una recente intervista, hanno ricordato la tremenda frustrazione provata quando, da gruppo mediamente popolare con un buon seguito, d’un tratto non trovarono più lo straccio di un locale disposto a farli suonare dal vivo. La gente voleva vedere solo gruppi punk e new wave, il prog era passato di moda (situazione che portò i GG ad un mesto sacrosanto scioglimento). Ovvio che erano tempi diversi, in cui il pubblico interessato alla musica rientrava unicamente nel bracket tra i 15 e i 25 anni, non come oggi dove ci sono finanche 60enni che spendono fior di quattrini per vedere dal vivo i loro vecchi eroi alle prese con improbabili reunion. Fatto sta che un cambio della guardia così radicale da allora non si è mai più verificato, neanche all’inizio degli anni ’90 con l’arrivo dei Nirvana e dei gruppi grunge, che impatto certamente ne ebbero ma non così devastante.
Un modo come l’altro per dire – prendendola assai alla larga – che il secondo album di Warren Zevon, uscito nell’aprile 1976, fu l’ultimo grande sussulto della benemerita scena cantautoriale dei canyon di Los Angeles prima che le luci della ribalta si spegnessero per riaccendersi altrove. Giunto a maturazione con un qualche ritardo rispetto ai vari Crosby Stills & Nash, Gram Parsons, Carole King, Joni Mitchell, Neil Young, Judee Sill, J.D. Souther e Jackson Browne, Warren Zevon riuscì a consegnare ai posteri giusto entro tempo massimo un’opera fondamentale, seppur per tanti aspetti imperfetta, che oggi viene giustamente celebrata come possibile trait d’union tra l’era dei songwriters “emozionali” degli anni ’70 e quella dei più impudenti new wavers di fine decennio / primi anni Ottanta.
Il bello è che, se non fosse stato per un certo casuale accavallarsi di eventi, questo “Warren Zevon” sarebbe rimasto nel cassetto, nella forma dei demo che Zevon era solito provare a spacciare alle case discografiche con ben scarsi riscontri. Il songwriter, infatti, nel 1975 aveva abbandonato L.A. e si era rifugiato in Spagna con la seconda moglie Crystal (oggi sua apprezzata biografa), deluso dalle sue precedenti esperienze, prima come metà del duo Lyme & Cybelle (il cui singolo “Follow Me” è oggi rinvenibile nella quadrupla raccolta “Nuggets” pubblicata dalla Rhino), quindi come solista con un album prodotto da Kim Fowley nel 1969, l’inconsistente “Wanted Dead Or Alive” e in seguito come band leader nonché tastierista dei bollitisssimi (già all’epoca) Everly Brothers. Per buona sorte di Zevon, durante le sue peregrinazioni ai margini della scena di Los Angeles si era fatto degli ottimi amici. Uno di questi era nientemeno che Jackson Browne che, divenuto uno dei nomi più “caldi” dell’epoca grazie a tre acclamatissimi album, convinse l’etichetta Asylum del potente David Geffen ad accogliere Warren nel suo stellare parterre di artisti. E fu così che Zevon tornò alla volta della Città degli Angeli e si mise a incidere, sotto la supervisione del fraterno amico Browne, un secondo album da solista che decise di intitolare semplicemente “Warren Zevon” quasi a sottolineare che si sarebbe trattato del suo vero esordio dopo la falsissima partenza del disco del ’69.
Ora: la produzione di Jackson Browne fu men che soddisfacente, e il suono dell’album appare oggi troppo datato. E’ questo però l’unico appunto che si possa fare a “Warren Zevon”, perché il valore di questi 11 brani resta, a trentadue anni di distanza, indiscutibile e indiscusso. Ciò che rende Zevon attuale ancor oggi – e molto più, vien da dire, dello stesso Jackson Browne – sono le sue liriche agrodolci che, anche quando virano sul personale, si smarcano da sentimentalismi e contengono sempre una qualche zampata molesta e/o spietata, e sempre molto autoironica, in uno stile non dissimile dal primo Elvis Costello. Il capolavoro è indubbiamente la ballata “Desperadoes Under The Eaves”, forse la più bella canzone mai scritta sui lati oscuri della città di Los Angeles, dove il protagonista è un perdente rintanato in un albergo di infima categoria convinto che “se la California scivolerà nell’oceano / come dicono i mistici e gli statistici / io predico che questo motel resterà in piedi fino a quando non pagherò il conto”. La grande metropoli lo rifiuta, tanto vale perciò restare in stanza tutto il giorno a sentire il rumore del condizionatore… Da qui la coda finale “mmmm...mmmm...” che resta una delle trovate più memorabili del buon Warren. Rispetto a “Desperadoes...” l’altra grande ballata del disco, “Hasten Down The Wind”, è più “classica” ed è forse per questo che fu ripresa da Linda Ronstadt che ne fece la title-track del suo album del 1976, uno dei più venduti di quell’anno. Ci sono anche delle vigorose rock’n’roll songs su “Warren Zevon”, quali “Mama Couldn’t Be Persuaded” e “I’ll Sleep When I’m Dead”, che fanno capire come Zevon non fosse “solo” un accorato piano-man ma qualcosa di infinitamente più selvaggio e di difficile inquadramento, la qual cosa alla lunga ne danneggiò la carriera. Ed è la varietà, comunque, la forza di questo disco, che spazia dall’ironia tagliente della robusta (in questa versione) di “Poor Poor Pitiful Me” – dedicata a tutte le star della musica losangeline che ostentavano un finto autocompatimento, vedi il testo: “these young girls won't let me be / Lord have mercy on me...” - o la dolente “The French Inhaler”, che il figlio di Zevon, Jordan, ha definito “la migliore “fuck off song” mai scritta per un’ex-amante. O ancora: la mexicaneggiante “Carmelita” i cui soggetti sono due irrecuperabili tossici “all strung out on heroin / on the outskirts of town”, la soulful “Mohammed’s Radio” che descrive con rara acutezza un’umanità da racconto di Raymond Carver - dove “...everybody's desperate / trying to make ends meet / work all day, still can't pay / the price of gasoline / and meat /alas, their lives are incomplete...” - o lo scoppiettante folk di frontiera di “Frank And Jesse James”.
Purtroppo, come detto, la produzione è troppo di maniera e a tratti anche pacchiana. Non c’era alcun motivo di iniziare “Desperadoes Under The Eaves” con uno smielato arrangiamento di violini, “Poor Poor Pitiful Me” è appesantita da troppi strati sonori, e, in generale, Jackson Browne andò davvero troppo "oltre" nel tentativo di rendere le canzoni dell’amico Warren attraenti per le radio FM. Per questo motivo è più che benvenuto il secondo CD allegato a questa odierna ristampa, che oltre a diverse alternate takes presenta quattro brani nelle più scarne versioni demo incise da Zevon prima di entrare in studio. In particolare “Frank And Jesse James”, “The French Inhaler” e “Carmelita”, eseguite solo per piano e voce toccano livelli - per intensità - stratosferici, e ti fanno chiedere che meraviglie avrebbe potuto realizzare Warren Zevon con l’ausilio di un produttore come Rick Rubin, che per sua - e nostra - sfortuna non incontrò mai.
Alla sua uscita “Warren Zevon” ricevette eccellenti recensioni ma non vendette tantissimo; il successo di pubblico Zevon lo trovò con il successivo “Excitable Boy” del ’78 (e con il singolo “Werevolves Of London”, forse la sua canzone più nota) ma poi restò al palo per quasi tutti gli anni ’80 alle prese con seri problemi di alcolismo e tossicodipendenza. Tornò solo a fine decennio e realizzò ancora diversi album di buon livello fino alla morte causa cancro nel 2003, a soli 56 anni. Ma un disco bello e ispirato come questo del ’76, Zevon non riuscì mai più a realizzarlo, forse frenato dalla fine del mito della West Coast e dai goffi tentativi delle case discografiche di caratterizzarlo come l’ennesimo bizzarro new waver, nonché dalle sue debolezze umane e caratteriali. Questa ristampa è l’occasione giusta per riscoprirne lo sregolato, purissimo talento di autore.
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