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Siamo all’undicesima prova solista, dopo il deludente, ma non certo banale “Back East”. Ancora una volta Joshua Redman ripropone temi e atmosfere del suo precedente lavoro, a partire dalla formazione, che ora da trio si trasforma in “doppio-trio”, o se vogliamo “quintetto”, dal momento che due batterie e due bassi si alternano vicendevolmente intorno al sax tenore. E’ un complesso gioco di schemi, fraseggi e intrecci sonori, cui la maestria di Joshua Redman riesce ad imprimere, con misurato vigore, ritmo ed eleganza. Tecnicismo e sonorità prorompenti, dunque, ai limiti del free, dell’improvvisazione selvaggia che, tuttavia, Redman impreziosisce di citazioni colte, a volte persino romantiche (si pensi all’incantevole “Moonlight”, stupefacente trasposizione jazz della “Sonata al Chiaro di Luna” di Beethoven). Tutto ciò ci riporta indietro nel tempo, ad artisti come Dewey Redman, padre di Joshua, Sonny Rollins, Dexter Gordon, John Coltrane e lo stesso Charlie Parker, principali ispiratori di Redman. L’idea del “doppio trio” non è d’altronde nuova nel jazz, ma in questo caso la scommessa si fa più impegnativa, dal momento che Redman sembra voler risuscitare in tutta la sua pienezza e robustezza un post-bob, che pur mantenendosi centrale nell’architettura complessiva del disco, è concettualmente fondato su di una “ciclicità” che rimanda inevitabilmente ai leggendari “ensemble” di Dave Holland, e sconfina di conseguenza in un estroverso free jazz, che a tratti sembra riecheggiare Ornette Coleman, la sua straordinaria vivacità espressiva. La “ciclicità” d’altronde costituisce il perno stesso dell’esperimento musicale tentato da Joshua Redman. Si inizia (“Uncharted”) e si finisce (“Through the Valley”) con un quartetto a due contrabassi; a metà strada si prosegue alternativamente con una o due batterie oppure uno o due contrabbassi. Larry Grenadier e Rueben Rogers (al basso) e Brian Blade e Gregory Hutchinson (alla batteria) sono musicisti di primo livello, con alle spalle collaborazioni eccellenti (Brad Meldhau, Pat Metheny, Wayne Shorter, Kenny Garrett, ecc. solo per citarne alcuni). Il loro contributo è fondamentale tanto nelle composizioni melodiche (“March” e “Through the Valley”) quanto nei brani energici ed appassionati come “Faraday” e “Insomnomaniac”. Il sax di Redman intreccia note lucide e coerenti, una tela di ragno che connette fra loro musicisti e composizioni in un unico progetto, un unico elaborato arabesco. E ciò è tanto più evidente in “Ghost”, dove Redman raggiunge una maturità espressiva davvero notevole e una discorsività a dir poco sfavillante, ingegnosa: note rapide, fitte, inarrestabili. Un disco da ascoltare con attenzione e riguardo, non fosse altro che per l’elevata qualità tecnica della registrazione, difficile da ottenere quando vi sono coinvolti ben due contrabbassi, due batterie ed un sax “magistrale”: non sempre l’orecchio umano riesce a cogliere la complessità degli intrecci, la molteplicità delle sfumature.
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