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La primissima impressione rimane quella di un deciso stacco. Così si apre Years Of Refusal, con la scelta di una scarna ma potente essenzialità, una sorta di reazione alla magniloquente (ma talvolta sperimentale) impronta che invece aveva caratterizzato il precedente e pluricontestato Ringleader Of The Tormentors. Sarebbe coerentemente impossibile trovare, da queste parti, episodi sulla falsariga di Dear God Please Help Me o Life Is A Pigsty (solo per fare due nomi), alle quali viene preferito un approccio accelerato e decisamente più “rumoroso”. Il paragone con il controverso episodio precedente può risultare un’ottima (almeno inizialmente) chiave di lettura per curiosare fra luci e ombre dell’ultimo disco targato Morrissey.
Something Is Squeezing My Skull parte ruggendo, in poco più di due minuti e mezzo ci ricorda quanto, ultimamente, le chitarre di Boz Boorer si divertano parecchio a graffiare, grazie anche ad una produzione più che azzeccata. Eppure, per quanto stilisticamente lontani anni luce, il primo pezzo del lotto non possiede né l’appeal, né la frastornante epicità di quella I Will See You In Far Off Places, opener del disco precedente. Si fanno strada l’incedere marziale di Mama Lay Soft On The Riverbed e la breve e tutto sommato discreta Black Cloud. Il delicato arpeggio del singolo I’m Throwing My Arms Around Paris potrebbe essere uscito da una session dell’immenso Vauxhall And I. Una piacevole sorpresa. Nei giorni dei primissimi ascolti esclusivi abbiamo assistito, tendendo l’orecchio a qualche corridoio web, a illustri paragoni, che ora forse potremmo definire di troppo, con quel You Are The Quarry che agli occhi di tanta critica aveva sancito la rinascita del nostro dopo le indecisioni di Maladjusted. Spiacenti, ma se questo Years Of Refusal ne ricalca effettivamente qualche orma, lo fa chiamando in causa (occasionalmente) delle analogie puramente formali e strutturali, senza raggiungere quelle vette di ispirazione che nel 2004 avevano spinto molti (compreso il sottoscritto) a gridare al miracolo.
Chiariamoci, non si tratta di un album da salvare perché non ne ha alcun bisogno, trovando comunque nei suoi (non numerosissimi, secondo la mia opinione) punti di forza l’elevazione sopra la media. Fra questi potremmo comunque citare un organico amalgamato alla perfezione, nel quale, oltre ad straripante personalità vocale, possiamo finalmente annoverare una sezione ritmica mai così presente. Questo perché, oltre al già citato Boz Boorer alle chitarre, i duetti basso/batteria che aprono (nel primo caso) e animano All You Need Is Me e One Day Goodbye Will Be Farewell mettono in risalto scelte produttive/sonore più che felici. A tal proposito, tutti i pezzi possono contare sul dinamismo di un Matt Walker già rodato ed abituato, in passato, a ricoprire il ruolo di turnista/rimpiazzo di lusso in band come Filter (nella primissima versione industrial-oriented) e Smashing Pumpkins (facendo le veci di un certo Jimmy Chamberlin).
Insomma, nulla che possa compromettere una luminosissima carriera solista (che si possa ormai definire l’ex-ex singer degli Smiths?) capace di regalare perle di uno certo spessore sempre e comunque (It’s Not Your Birthday Anymore, la già citata All You Need Is Me), ma da Morrissey si potrebbe pretendere altro. O forse è stato lui ad esagerare, in passato, abituandoci troppo bene.
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