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Dälek
Gutter Tactics
2009
Ipecac
di Alex Tessarolo
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Vent’anni fa i Public Enemy cantavano Bring The Noise, elevando l’hip hop ad arma mediatica non convenzionale di ribellione popolare. Portare in superficie il rumore assordante della rabbia afro-americana, una richiesta furiosa di uguaglianza sociale. I Dälek hanno dato forma sonora a quel Noise reclamato da Chuck D senza disperdere l’intensità comunicativa del rapping. Nel corso della loro carriera ormai decennale, il duo proveniente dalla malfamata Newark (raccontata nella Pastorale Americana di Philip Roth) ha saggiamente rivestito con stravaganti ma raffinati abiti mitteleuropei (spronati anche dall’incontro-collaborazione con i Faust) il proprio corpo saturo di paradigmi hip-hop. Un proliferare di rime che sbatte la testa contro un solido muro di suoni, come se Mike Ladd fosse stato il front-man dei My Bloody Valentine.
Il nuovo Gutter Tactics prosegue sulla linea tracciata dai precedenti album. L’inossidabile irrequietudine politica è ulteriormente pungolata e inviperita, tanto che il disco inizia con un frammento di un sermone del Reverendo Wright che declama una serie di soprusi commessi dagli americani nei confronti delle minoranze razziali. E non basta l’elezione di Obama a rilassare un popolo teso come una corda di violino (“a black president don’t ensure the sunshine”), anzi sembra quasi una ragione ulteriore per non farsi tappare la bocca, per non farsi trarre in inganno dalle apparenze, così che l’album trabocca di messaggi politici e sete di giustizia, con Malcolm X e Luther King stabili punti di riferimento, sacri e intoccabili. Il sound esplode potente e violento come da programma. L’artigiano Octopus denota una certa voglia di melodie, che sbocciano inattese e primaverili fra gli spessi strati di urticante rumore. Il cinico e distopico mondo narrato da Dälek viene armonizzato e melo-drammatizzato dalle visioni luciferine del produttore tentacolato. Negli episodi più riusciti si prova la sensazione che una band di capelloni shoegazers stia frantumando un immenso palco come colta da uno sprazzo di sana follia. Sono dozzine di mani che smembrano la democrazia americana, teste terrestri che fischiano fumo d’inferno, sputano fuoco e respirano fiamme. Dose di masochismo quotidiano sottilmente intellettuale, come comprendere un telegiornale di Emilio Fede.
C’è una prevalente e pulsante arteria kraut che orienta il suono Dälek verso nuovi orizzonti. L’ermetismo snob dei musicisti borghesi europei assume una nuova dimensione all’interno del vigoroso e pruriginoso istinto ribelle dell’underground East Coast bramoso di black power. L’industria(l) lascia spazio a singulti minimali post-capitalistici ed errabondi fantasmi di schiavismo da campi di cotone. L’infinita e progressiva Who Medgar Evers Was... è il perfetto sodalizio fra l’urlo iracondo dell’hip-hop nero e il ghigno cinico della wave sperimentale bianca. Il lungo oblio non è fatto solo di graffi, sporcizia e corruzione; la perdita degli ideali non prevede solo conseguenze negative. Note di chitarra e accordi di pianoforte tingono di malinconia due deliziosi quadretti di romanticismo tedesco quali A Collection Of Miserabile Thoughts Laced With Wit e l’accorato annuncio della perdita di orientamento della musica hip-hop We Lost Sight. Fra minacciose denunce a ritmo di marcia militare (Los Macheteros), incitamenti generazionali affogati dal virtuoso scratching di Octopus (Gutter Tactics) e revisioni critiche del credo Maya (2012), il discorso si esaurisce ma senza perdere mordente. E i Dälek proseguono a testa alta per la loro via, arrogantemente convinti che non ve ne siano altre ugualmente valide. Ed è un bene.
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04/02/2009 -
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