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“Penso che sia la cosa migliore che abbiamo mai fatto”.
“Abbiamo lavorato intensamente a queste canzoni e sono state rifinite al massimo”.
“La selezione dei brani è stata fatta su una base di circa 50 canzoni scritte”.
“Ha un suono completamente nuovo”.
Non si tratta di aforismi musicolfilosofici, bensì parte (molto piccola) della lunga tiritera che gli U2 portano avanti, ormai da anni, nell’approssimarsi di ogni nuova uscita discografica. Ma dopo le scottanti delusioni di All That You Can’t Leave Behind (2000) e How To Dismantle An Atomic Bomb (2004) e cinque anni di lunga attesa, stavolta avremmo fatto bene a credere alle speranzose parole di Bono e soci? Togliamoci subito il sassolino dalla scarpa e diciamo che, se alla fine della fiera, il brano che più esalta e rimane impresso nella mente è “Magnificent”, per la quale tutto si può dire tranne che sia una canzone che si discosta dal più tipico sound u2ico da stadio (il chitarrone reverberato di The Edge non può che far accendere diverse lampadine) allora il dado - delle illusioni infrante - è presto tratto.
Forse una cosa del genere non era difficile da immaginare quando il primo singolo estratto “Get On Your Boots” è praticamente la seconda parte, nel bene e nel male, di “Vertigo” e si salva dalla ghigliottina metaforica solo grazie ad un accattivante bridge dalle vaghe rimanescenze arabesche (mentre sarebbe meglio stendere molteplici veli pietosi sul videoclip che MTV si affretta a mandare in onda ogni dieci minuti). Le registrazioni di No Line On The Horizon hanno preso piede nell’ottobre del 2006 subito dopo che la band ha fatto fuori dalla produzione Rick Rubin (a causa di una diversa concezione di cosa debba essere una canzone) ed è tornata dai loro fidati e “sperimentali” Brian Eno e Daniel Lanois. I lavori si sono svolti tra il Marocco, la Francia e gli Olympic Studios di Londra, ma quel che pare evidente, restando nel tema della produzione, è che il magico duo (le cui geniali menti sono dietro la riuscita di innumerevoli capolavori, tra cui The Joshua Tree e Achtung Baby degli stessi U2) si è impegnato nel cercare vaste e diversificate soluzioni sonore da applicare su quelle che sono classiche u2songs dell’ultimo periodo. Il problema è che in alcuni occasioni i risultati non sembrano davvero quelli sperati. Ma è meglio scendere, per una volta, nei dettagli canzone per canzone:
1) “No Line On The Horizon”: incipit largamente riuscito, innestato in un ritmo avvolgente e una melodia carina. Il ritornello risulta poco efficace ma il brano cresce bene fino al finale.
2) “Magnificent”: introdotta in un modo ai limiti dell’orrendo (il synth disco è decisamente fuori luogo) è probabilmente di gran lunga il brano migliore dell’intero album. Questo nonostante, come detto ad inizio recensione, tutti gli elementi sonori richiamano chiaramente alla storia della band irlandese. Unico punto a sfavore, per un brano che farà esaltare il pubblico nei concerti del prossimo tour, è il testo piuttosto banale di Bono. E questa purtroppo sembra una costante all’interno di questo No Line On The Horizon.
3) “Moment Of Surrender”: non basta costruire un tappeto sonoro di oltre sette minuti sullo stile di Jonny Greenwood (la drum machine fa sorridere) per fare un brano sperimentale. La melodia gospel è abbastanza fiacca, così come il ritornello e non ci sono variazioni degne di note in una composizione che risulta troppo lunga e poco epica (soprattutto rispetto a certe dichiarazioni rilasciate durante lo scorso anno).
4) “Unknown Caller”: uccelli che cinguettano durante l’alba di Fez (Marocco) aprono in coabitazione con dolci suoni di chitarra il brano più progressive dell’intera produzione u2ica. Peccato che facciano capolino la solita chitarra di The Edge (autore però di un bell’assolo sul finale) e un refrain ai limiti del ridicolo. E per chiudere un quadretto poco idilliaco, nonostante le promettenti premesse, incomincia a delinearsi anche l’inquietante convinzione che in ogni canzone del nuovo album i cori e le armonie vocali siano identiche... “oh oh oh”
5) “I’ll Go Crazy If I Don’t Go Crazy Tonight”: un singolo annunciato. La melodia dei versi è debole ma tutta la sezione pre-chorus e chorus è di grandissima efficacia. Quando però poi vai a pensare che nel complesso, soprattutto per colpa dell’arrangiamento, sembra di ascoltare una outtake di All That You Can’t Leave Behind (e ci si ritrova a rimpiangere quei tempi) non c’è certo modo di restare tranquilli.
6) “Get On Your Boots”: il primo singolo estratto, di cui abbiamo già parlato in precedenza. Ma approfittiamo di questo ulteriore spazio per dedicare un elogio ad Adam Clayton, che qui come in tutto il resto del disco svolge un ottimo lavoro nel donare spessore ai brani con i suoi potenti riff bassistici. Un musicista spesso e volentieri troppo bistrattato. Ennesimo testo banale scritto da Bono.
7) “Stand Up Comedy”: se il riff iniziale rimanda direttamente ad Achtung Baby, il resto della canzone sembra una brutta scopiazzatura dei peggiori Red Hot Chili Peppers funky. Il bridge è invece copia e incollato da una qualsiasi canzone degli U2 stessi. Male.
8) “FEZ - Being Born”: l’inizio presenta vaghe rimanescenze di Zooropa, la seconda parte è una versione più brutta di “City Of Blinding Lights”. Davvero poco.
9) “White As Snow”: arrangiamento ai limiti della perfezione per questa delicata ballata incentrata su uno splendido (e vagamente zeppeliniano) arpeggio di The Edge. Peccato che la melodia e il canto di Bono siano lontani dai fasti di dieci anni fa. Per intenderci, una ballata minore come “Baby Face” (da Zooropa) fa un baffo a questa qui.
10) “Breathe”: quella che Brian Eno aveva audacemente definito potenzialmente come la migliore canzone scritta dalla band alla cui abbia lavorato, rimane appunto solo in potenza. In realtà si tratta di un bel pezzo rock, come ce ne sono tanti in giro e come tanti altri ne hanno fatti gli stessi U2. Come al solito le strabordanti dichiarazioni pre-release hanno ottenuto solo un effetto contrario, alimentando delle attese che ovviamente sono andate deluse.
11) “Cedar Of Lebanon”: finale intimistico e molto talkative per questo album. L’arrangiamento riflessivo rimanda vagamente a brani come “If You Wear This Velvet Dress”, “Walk On The Water” e “Wake Up Dead Man”, ma questa nuova canzone, in cui Bono narra in terza persona la storia di un reporter di guerra, al solo confronto con questi capolavori passati si scioglie al sole come la neve citata qualche canzone prima.
No Line On The Horizon piacerà ai fan hardcore degli U2 (ma cosa non piace a loro?). Deluderà gli appassionati maggiormente equilibrati nei giudizi (per colpa delle eccessive aspettative?). Sarà ignorato da chi gli U2 non li ha mai potuti digerire (male per loro). Tra la ricchezza delle edizioni in cui questo disco sarà pubblicato (cd standard, vinile, digipack, deluxe, box set limitato, magazine con film ecc..) la riflessione finale è che l’industria u2ica sarà capace ancora negli anni a venire di pubblicare album di questo tipo e magari altre belle canzoni. Quello che sarà meglio non aspettarsi, però, è la nascita di nuovi capolavori. E questo anche alla luce delle condizioni vocali di un Bono che canta male come i primi anni di carriera; ma se in quel caso era giustificato dalla scarsa esperienza (e comunque riusciva a sopperire ai limiti tecnici con una inesauribile energia) adesso è tutto frutto della vecchiaia e di altri problemi fisici (in passato temette anche di avere un tumore alle corde vocali). Di conseguenza, anche in questo caso (come per il versante prettamente musicale) i vertici di pura eccellenza del periodo ’87-’93 sono ormai andati via per sempre.
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