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Correva l’anno 1989. I Beastie Boys erano il primo e forse unico collettivo hip hop bianco dell’epoca. Il loro esordio Licensed To Ill (1986), uscì per la Def Jam di Rick Rubin e riscosse un enorme, sorprendente, ma meritato successo, sancendo il solido matrimonio fra punk e hip hop (giusta conclusione di una relazione preconizzata da Bambataa e Malcolm McLaren all’inizio del decennio) al grido ironico anarco-capitalista di “Fight For Your Right”. La grezza e sgraziata verbosità, tagliente e sfuggente; la voce trascinata e lamentosa di Ad-Rock alternata alla roca ugola da barbiere di Staten Island di MCA; l’abuso di campioni ultra-seventies di derivazione hard-rock, con schegge di chitarra ad irritare ogni lembo di cute ritmica. Un formato che era diventato subito di culto. Ma che il popolo hip hop considerava a tutti gli effetti un isolato colpo di fortuna: non era facile per i Beastie Boys togliersi di dosso l’etichetta “three idiots create a masterpiece” (tre idioti creano un capolavoro, titolo con il quale la rivista Rolling Stone accolse l’esordio del trio). Per provarci si spostarono da New York a Los Angeles, dalla Def Jam alla Capitol Records.
Senza la classica produzione, o meglio “riduzione”, alla Rick Rubin, il suono di Beastie Boys cambiò notevolmente, allargando i propri orizzonti a sonorità anche più psichedeliche e talvolta soulful, forse viziate dal mare, dal sole e dallo skating della California. La presenza al timone della crew produttiva dei Dust Brothers (in seguito artefici anche del successo di Beck, Odelay) fu la principale variabile in causa, tanto che molti brani presenti nel disco nacquero proprio da rielaborazione di loro precedenti tracce. La cifra stilistica dei Dust Brothers prevedeva un irrefrenabile eclettismo, che li portò ad usare per il disco più di 100 campioni, tratti da musicisti di ogni sorta: con una particolare predilezione per Pink Floyd, James Brown e Beatles (ben sei canzoni saccheggiate per il solo pezzo The Sounds Of Science, ad anticipare la futura estemporanea creatura Beastles). Nonostante queste allettanti premesse, Paul’s Boutique spiazzò critica e pubblico e risultò un piccolo fallimento commerciale; ci vollero alcuni (forse molti) ascolti approfonditi prima che il popolo hip hop si accorgesse dell’eccitante profondità dell’opera, temporaneamente oscurata dal boom dell’alternative hip-hop di casa De La Soul e Native Lounge Posse. Col passare del tempo il disco è stato totalmente rivalutato ed è ad oggi considerato un immancabile pezzo da collezione. Per festeggiare l’anniversario dei vent’anni dall’uscita originale, l’album viene riportato nei negozi con nuova copertina e ri-masterizzazione digitale d’ordinanza. Il contenuto, ciò che conta veramente, è sempre lo stesso: eccellente, iper-dinamico, spiritoso, ultravioletto, trascinante, smidollato. Una serie di orgiastiche combinazioni di funky e psichedelia, con rappati incalzanti (talvolta un po’ troppo affogati nel frullato sonoro) che deridono gli stereotipi gangsta della West Coast (Egg Man e High Plains Drifter) e parodiano l’edonistica verve delinquenziale della East Coast (Looking Down The Barrel Of A Gun e Car Thief), fra immancabili e continui richiami al gentil sesso (il singolo Hey Ladies) e alle droghe leggere (con tanto di contorno reggae-ska). Il sound è furente, adrenalinico, senza però risultare mai minaccioso ed imperativo o autarchico, bensì guizzante ed elettrico come un’anguilla, dispettoso e pungente.
Paul’s Boutique finì per essere catalogato come la versione hip-hop di Pet Sounds dei Beach Boys. È il completamento della transizione dei Beastie dall’hardcore-punk all’hip-hop, lo svezzamento di uno stile che non teme le responsabilità dell’età adulta (a dispetto del tono infantile e birichino) e che non troverà mai veri eguali fra i pur numerosi discepoli.
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