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Primo album solista per la irresistibile e carismatica Amanda Palmer, anima ispiratrice dei Dresden Dolls, il duo piano-batteria con Brian Viglione. Sensuale e talentuosa come non mai, ha già ottenuto consensi entusiastici, sia da parte del pubblico che della critica. Sarà il suo modo di cantare, diretto, imprevedibile, come un pugno allo stomaco, sarà l’approccio anticonformista alle tastiere ed alle composizioni... Amanda aggredisce il piano e tuttavia è in grado di estrarne timbri e atmosfere orchestrali, che spaziano dall’angoscia alla magnificenza con estrema disinvoltura.
L'incontro con Ben Folds, autore tra l’altro di colonne sonore, ha ulteriormente arricchito le canzoni della Palmer di significati e sfaccettature che rendono “Who Killed Amanda Palmer” forse una delle prove migliori della cantautrice americana. E a favore di queste considerazioni gioca anche, indubbiamente, il titolo enigmatico dell’opera, che inizialmente voleva essere soltanto un rimando a Twin Peaks, come metafora generazionale. Successivamente l’identificazione con la protagonista Laura ha finito col travalicare gli stessi significati “metonimici” della citazione, per assumerne di nuovi, inattesi, fino a condensarsi in un lavoro altamente personale, una sorta di sfida, dove nulla viene tralasciato, anzi, tutto viene ricompreso negli schemi di un nuovo e più ampio progetto: il sacro è accostato al profano, il sublime all’angoscioso, la riservatezza alla mondanità, la bellezza al macabro, la magia all’irrisione. Ciò che nei Dresden Dolls era soltanto in embrione, qui viene moltiplicato su vasta scala. Così anche le cose più semplici finiscono con l’assumere connotazioni epiche, sinfoniche: l’anarchico nichilismo del punk, il dark cabaret, il vaudeville, il decadentismo weimariano degli anni ’20, quindi l’espressionismo minimalista, antisociale e derisorio di Brecht e Weil. Tutto viene ingigantito e proiettato oltre i confini della psiche in quelli dell’epos . Tale ecletticità fa giustamente intravedere in “Who Killed Amanda Palmer” uno dei vertici della carriera artistica di Amanda Palmer, non fosse altro che per la nutrita schiera di collaboratori illustri: East Bay Ray dei Dead Kennedys (“Guitar Hero”), il violoncellista Zoe Keating, Annie Clark dei St. Vincent (“What's The Use Of Wond’rin?”) e il compositore Paul Buckmaster, che aggiunge nuove profondità e prospettive all’album attraverso una sperimentata arte degli arrangiamenti. Amanda Palmer riesce ad essere innovativa, senza tradire tuttavia il suo “personalissimo” stile, che in alcuni casi è intimista, riflessivo, a volte persino dolce, in altri duro, scontroso, esuberante, istrionico. Ben Folds interviene con arrangiamenti complessi, ma mirati, che non tralasciano alcun dettaglio, adattandosi dunque perfettamente agli scopi per cui Amanda Palmer lo ha ingaggiato: aggiungere spaziosità e atmosfera alle composizioni che, in primo luogo, sono concepite per la “sua voce”: voce e piano, come in un lied post-moderno. Infatti, “Runs In The Family”, cantilena ritmica e concitata, è un vero e proprio pezzo di teatro. Altrove le atmosfere grandiose, cinematografiche, si alternano alla nenia onomatopeica. La musica assume ampiezze sconosciute, poliedriche, difficili e tormentate, violente e nostalgiche ad un tempo, militaresche e tuttavia “disorientate” (si pensi all’incedere austero, quasi imponente di “Have To Drive”). Anche i cori vengono utilizzati con la stessa perfida intenzione: quella di “disorientare”, Ma il vero pezzo forte dell’album è “Astronaut”, dove la confessione personale diventa lirismo e i rintocchi del piano si fanno solenni. La “nevrosi” è fra le righe, ma mai apertamente dichiarata, perché è la nevrosi la vera malattia del secolo, e la Palmer la utilizza come strumento d'avanguardia al servizio della canzone, la canzone così come la conosciamo, nelle sue forme più banali, ordinarie. Ma è proprio qui che si svela la graffiante incisività di queste “apparenti canzoni”: ne è un esempio “What's The Use Of Wond'rin?” e soprattutto la dissacratoria e paradigmatica “Oasis”, che con aria infantile, discinta e beffarda, schernisce senza pietà l’emo-pop adolescenziale alla Lunapop o alla Avril Lavigne - tanto per intenderci. Molto taglienti anche “Point Of It All” e “Blake Says”, mentre “Ampersand” è una ballata sottoforma di monologo, la cui incoerenza ricorda molto da vicino le costernazioni maniacali di Lida Husik. “Guitar Hero” infine distorce il piano all’ennesima potenza, confermando quello che a torto a ragione sembra essere uno dei leit motiv dell’album: il piano utilizzato come nemesi, segnale di disturbo ed emergenza. E ancora, l’esagerata orchestralità di “Leeds United”, i sintetizzatori che gironzolano qua e là con aria indolente in territori alieni e profondità indistinte, fanfare e cori, atmosfere cupe e richiami bellici. Ma quel che è più importante sottolineare, dopotutto, è che l’orchestralità per la Palmer è soltanto un pretesto, un mezzo piuttosto che un fine. Lo dimostra, infatti, la frequente ma non casuale citazione di un brit pop distorto alla Garbage, attraverso il quale, senza nemmeno accorgersene, ci si avvia ad un necessario superamento del vaudeville brechtiano e, in definitiva, dell’esperienza Dresden Dolls. Il tutto nella prospettiva di un esperimento in cui la voce, che è nenia e avvertimento, paranoia e incanto, sensualità e vigore, nudità e urlo, è elemento assolutamente “centrale”, e il piano ne costituisce l’alter ego.
Un buon disco, sia per la qualità degli arrangiamenti che delle composizioni, con una percezione dell’attualità affatto banale, di un futuro pieno di incertezze, incubi e presagi da Terzo Millennio.
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