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E’ passato circa un mese e mezzo dall’uscita di questo 8° album dei baltimoriani Animal Collective ed è azzardato dire che mai prima d’ora – forse dai tempi di “Sgt. Pepper’s” (?!) – il responso della critica e del pubblico era stato così unanime, con una percentuale di plausi che neanche in Romania ai tempi di Ceasescu...? Il giudizio è univoco e non si è alzata una sola voce dissenziente, almeno che io sappia: lo dicono tutti, che “Merriweather Post Pavilion” è il capolavoro degli Animal Collective. E non solo: è anche certamente uno degli album irrinunciabili del 2009, già in pole-position per il titolo di “disco dell’anno”. E ancora: quando tra sei-sette mesi inizieranno, inesorabili come le tasse, i consuntivi sul decennio in corso, vi ci potete scommettere la casa, che “Merriweather Post Pavilion” figurerà nelle primissime posizioni della categoria “album”. Magari anche al n.1.
E fare il bastian contrario per una volta è impossibile. Perché il collettivo del Maryland (qui in formazione a tre con Avey Tare, Panda Bear e Geologist, senza quindi Deakin lasciato per qualche ragione in panchina) ha realmente confezionato una sequenza di brani di primissima qualità che possiedono tutti – ma proprio tutti – gli ingredienti per essere definiti the sound of 2009: psichedelia innanzitutto, ma anche tanto - più del solito - pop (tanto da far pensare ad una nuova inedita declinazione del dream-pop anni '80), elettronica, tecnologia, ritmi obliqui e melodie da capogiro che vantano un padre nobile nel miglior Brian Wilson epoca “Pet Sounds” e “Smile”.
Già i precedenti “Sung Tongs” (2004), “Feels” (2005) e “Strawberry Jam” (2007) contenevano diversi lampi di squisita trascendenza psych – “Grass” e “Fireworks” su tutti – ma anche qualche passaggio a vuoto in cui i mantra psichedelici di Avey Tare & Co. finivano per rompere l’incanto data l’eccessiva ripetitività sfociante talora in noia pura e semplice. Stavolta nulla di tutto questo, e se si escludono i due indubbi vertici rappresentati da “Bluish” (stupenda sognante canzone) e di “My Girls” (il primo singolo) e l’unico nadir della tediosa “Guy’s Eyes”, il resto di “Merriweather Post Pavilion” si mantiene su un livello – altissimo – piuttosto omogeneo.
“Merriweather Post Pavilion”, disco della maturazione del collettivo del Maryland, arriva inoltre in un momento in cui lo zeitgeist si è spostato tutto a loro favore, come dimostrato dalla recente ascesa dei MGMT e dei Fleet Foxes, due band con cui gli Animal Collective hanno diverse cosucce in comune. Se non fosse che... più che i Flaming Lips e i Mercury Rev cari al duo di Brooklyn (e alle altre band della scena electro-psych-pop quali Telepathe, Amazing Head, Empire Of The Sun ecc.) Avey Tare & Co. hanno passato i loro anni formativi ad ascoltare le lunghe jam psichedeliche dei Grateful Dead del periodo “Aoxomoxoa”. E si sente. E che mentre la musica dei Fleet Foxes - maestri anch’essi nel creare trame melodiche corali di cristallina bellezza - resta un esercizio dal sapore antico e di retroguardia, quella degli Animal Collective continua invece a guardare risolutamente avanti con l’innesto di sapienti iniezioni di tecnologia e di soluzioni ritmiche inedite e spiazzanti.
Gli Animal Collective vincono e convincono, infine, perché in queste 11 tracce prendono in prestito e miscelano - con rara naturalezza - elementi provenienti da almeno quattro decadi di musica: il pop purissimo e corale dei ragazzi di spiaggia dei 60s, le jam psichedeliche di taglio prog dei 70s, il dream-pop degli ’80s (“In The Flowers” e “Daily Routine” ricordano molto da vicino certe sonorità dei Cocteau Twins dell’ultimo periodo), e l’electro sperimentale degli anni ’90.
Un monolite psichedelico, l’ha definito qualcuno. Sì, ma anche molto – ma molto – di più.
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