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A parte il sound, volutamente policromatico e senza confini, dove i generi musicali si mescolano convulsamente, sovrapponendosi come se fossero biglie di vetro, palloncini o caramelle colorate in caduta libera; a parte il non senso predominante delle composizioni – triple, quadruple, bidirezionali - e le dichiarazioni programmatiche in linea con un post-modernismo dalle implicazioni “liquide” (alla Zygmunt Bauman, tra l’altro citato con scaltrezza), la prima impressione che si prova ascoltando la musica di “Les Fauves” è quella di un “nulla intelligente”, di un via vai senza capo né coda, con una strizzatine d’occhio ai Talking Heads, soprattutto per quanto concerne il ritmo, strampalato e schizoide, con il quale la modernità viene raccontata, analizzata e persino “teorizzata” (“Drops, drops, drops”, “Funeral Party”), senza tuttavia la visionarietà premonitrice di questi ultimi, e un’altra, per quanto concerne la parte strumentale, a Frank Zappa, quello minimalista e burlesco di “Jazz from Hell” (“Berolina Party Suite”). Altri riferimenti non ne vedo, perché c’è tanta di quella roba scagliata alla rinfusa all’interno di uno stesso brano o fra un brano e l’altro, che si potrebbe pensare che i “Les Fauves” abbiano brevettato un generatore di suoni, ritmi e melodie in “automatico”: dato un determinato algoritmo e una serie di numeri casuali, si estraggono in successione sequenze di brani apparentemente logici. Ah dimenticavo! l’”ambizione di essere intelligente senza apparire intellettuale” (cito testualmente) è presa sicuramente in prestito da Laurie Anderson, come anche lo sperimentalismo “da prove tecniche di trasmissione”, quel volersi raccontare in modo eccessivo, logorroico, se non fosse che “Les Fauves” in realtà non si raccontano: parlano, chiacchierano, indugiano, in una, due, tre, più direzioni. Così la voce - come del resto la musica e gli strumenti - sembra andare per conto proprio; tutto è leggermente fuori fase, dissonante, sconclusionato. L’era post-globale, la mancanza di punti di riferimento, valori o certezze, l’impossibilità di stabilire nessi fra le cose e le persone, il vuoto morale e psicologico, il fallimento delle ideologie, l’omologazione degli stili di vita, la ripetitività delle situazioni, lo stress mediatico e consumistico, in un “ipermondo” che è al contempo “ipermercato” e “ipersegregazione”, tutto ciò non viene rappresentato con angoscia e preoccupazione; al contrario dei Talking Heads, non v’è “paura della musica”, ma spensierata assuefazione. Il cinismo con il quale questa nuova dimensione spazio-temporale viene descritta, non è, come in Frank Zappa, sarcasmo inviperito e politicizzato, quanto piuttosto disarmante “apatia” nei confronti di un’esistenza che viene affrontata con lunatico distacco. Un’impudica ammissione d’impotenza, che somiglia tanto ad una perdita di orientamento quanto ad un rifiuto delle proprie radici culturali e sociali, un “NOWHERE” che farebbe rabbrividire persino i teorizzatori della “surmodernité” e dei “non-lieux” Una generazione, per ammissione degli stessi Les Fauves, “consapevolmente amorale”, che si diverte a campionare frammenti d’esistenza come se fossero, appunto, palloncini o caramelle colorate in caduta libera, utilizzando la cosiddetta “riproducibilità digitale dell’opera d’arte” come strumento di propagazione delle proprie non-idee, come se si trattasse di rilasciare interviste a un microfono che non c’è … e pare, dopotutto, che se la cavino anche abbastanza bene, considerata la visibilità ottenuta sia sul piano nazionale che internazionale, dove vantano collaborazioni di prestigio come quella con il duo londinese techno dub “Swayzak” o quella con il regista italiano Gianni Zanasi, per la colonna sonora del film “Non pensarci”. Sound like … già! nell’era di Google e iTunes, del cut, copy and paste, sarà forse un algoritmo a decidere per noi; riceveremo un feed e decideremo se ci piace o no. Allo stesso modo “N.A.L.T. 2 – Liquid Modermity” è un CD da prendere con le pinze: o siamo persone inclini a lasciarci persuadere dai teoremi o lo riponiamo delicatamente nella custodia. Il post-moderno, termine ormai abusato quanto privo di concreta attualità, lasciamolo stare in pace, per favore.
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