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Beirut
March Of The Zapotec / Realpeople: Holland
2009
Pompeii
di Marco Jeannin
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Poche cose da dire sulla nuova uscita targata Beirut, o meglio Zach Condon. Il ragazzo prodigio che a 15 anni girava per l’Europa alla ricerca di nuovi suoni e contaminazioni torna dopo il buon Gulag Orkestar datato 2006 seguito nel 2007 da The Flying Club Cup. Il sound malinconico dal sapore prima balcanico e poi francese, prende il colore del Messico di Zapotec, dando fiato agli ottoni e alle ritmiche più calde del centro America.
March Of The Zapotec e Realpeople: Holland sono due Ep che vanno a costituire il lato A e B di un ipotetico Lp. Due facce completamente diverse di una medaglia di valore, coniata dall’intelligenza compositiva di un musicista originale e dotato di talento innato. March Of The Zapotec riprende quindi il discorso melodico compositivo tradizionale di Beirut, fatto di melodie lente e compassate, ricche di piacevole tristezza e dal sapore globale, world music data in sposa al genere indie in armonia e pace dei sensi. Niente di nuovo e niente di vecchio. La cifra stilistica rimane invariata e la qualità sempre molto elevata. A dare nuova linfa questa volta come già accennato, ci pensano i suoni del Messico interpretati e riletti in chiave Beirutiana: un’orchestra mesta che suona ad un funerale globale (il disco è stato registrato veramente con un’orchestra messicana di 19 elementi, la Jimenez Band, a Oaxaca). La Llorona e On A Bayonet su tutte. Realpeople: Holland invece è tutt’altra cosa. Smessi gli arrangiamenti orchestrali quasi del tutto Condon riprende il nome usato in passato per le prime produzioni (Realpeople) e opta per un’elettronica elegante e molto semplice, abbastanza a sorpresa e con risultati non sempre convincenti. Bene l’attacco con My Night With The Prostitute From Marseille e My Wife Lost In The Wind. Il resto patisce la fuga dal modus operandi originale, mettendo sul piatto qualche buona idea (Venice), ma in generale domina più una sensazione di anonimato che altro (No Dice potrebbe essere tranquillamente la sigla di un cartone animato giapponese passato da Italia Uno).
Nel complesso quindi l’accoppiata di Ep è abbastanza buona, a tratti molto interessante e come al solito commovente, soprattutto nella prima parte. Vale la pena dare un ascolto anche se forse i primi album si fanno ancora preferire per omogeneità e inventiva. Credo comunque sia meglio promuovere le buone intenzioni e il tentativo di dare un tocco innovativo.
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18/03/2009 -
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