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Ten è probabilmente uno di quei pochi dischi che non necessitano di presentazioni, tanta è la fama che lo circonda e l’importanza che ha rivestito (e riveste tuttora) nel mondo del rock. Del grunge se ne è discusso in lungo in largo, delle presunte rivalità con i Nirvana altrettanto; ma l’occasione dell’uscita di una riedizione così curata e ricca di particolari interessanti, non può che rappresentare un’occasione ghiotta per parlare, senza risultare pleonastici, del disco di esordio dei Pearl Jam e delle novità che porta in seno questa nuova versione.
Chiuse le sfortunate avventure (vedi la tragica scomparsa di Andy Wood) nei Mother Love Bone e nei Green River, Stone Gossard e Jeff Ament decidono che è ora di diventare adulti, che è ora di rischiare il cosiddetto “o la va o la spacca” e con l’aiuto di un talentuoso chitarrista di nome Mike McCready decidono di imbastire un nuovo progetto e registrano una manciata di pezzi strumentali appena composti (“Alive”, “Once” e “Footsteps”). A questo punto serve però anche qualcuno che queste canzoni le canti, ed in questo caso la provvidenza ha il nome di Jack Irons (batterista dei Red Hot Chili Peppers, e solo in seguito anche dei Pearl Jam) che ha la premura di far arrivare il nastro del destino nelle mani di un surfista/benzinaio dalla difficile infanzia, tale Eddie Vedder. Il risultato ottenuto dal futuro front-man della band di Seattle è talmente convincente (una replica di questa cassetta, la leggendaria “Momma-Son”, fa parte dell’edizione deluxe di questa rimasterizzazione, per la gioia dei fan più accaniti) che non passa troppo tempo (qualche concerto e un paio di ridenominazioni del gruppo) che i quattro ragazzi più il batterista Dave Krusen si ritrovino sotto contratto con la Epic pronti a registrare in studio il loro primo capolavoro.
Un disco maturo e, allo stesso tempo, adolescenzialmente aspro, Ten probabilmente non è il miglior album dei Pearl Jam (Vitalogy e No Code gli sono superiori) ma molti dei brani che si susseguono nella tracklist sono tuttora cavalli di battaglia dei live e tra i pezzi più riusciti dello scorso decennio. La strage narrata con rabbia in “Jeremy”, la violenza e la lotta alla sopravvivenza urlata di “Once”, “Even Flow” e “Alive” sono dei rock lucidi ed adrenalinici figli di una vena artistica pescata in un pozzo fresco e straripante, catalizzata dalla superba e potente voce di Vedder. A suggellare questo magnifico quadro, accorrono poi le due ballate per eccellenza “Black” e “Release”, che definire epiche sarebbe un’offesa agli eufemismi. Nonostante queste premesse e i milioni di copie vendute, negli anni gli stessi Pearl Jam e anche i fan hanno sempre espresso un leggero dissenso nei confronti della produzione troppo patinata conferita dalla produzione di Rick Parashar. E proprio da questo desiderio di rimettere mano alla storia, la band ha deciso di pubblicare questa nuova versione che si presenta in doppia veste: da una parte la registrazione originale, dall’altra la tracklist remixata da Brendan O’Brien arricchita da interessanti bonus tracks (inediti, carini ma superflui, tra cui “Brother” e “Just A Girl”, b-sides come “Breathe And A Scream” e una spumeggiante versione live di “State Of Love And Trust”). Il lavoro svolto da O’Brien ridà vigore a molti brani, mettendo in risalto le chitarre di Gossard e McCready e rinforzando il peso della batteria, anche se forse l’unico pezzo in cui la differenza, rispetto all’originale, è palese è “Black” che trova nuova vita e una forza esplosiva ancora maggiore. Risultato che ha del miracoloso se si pensa a quanto fosse già eccellente nella vecchia veste.
Per rendere ancora più appetibile i pacchetti più costosi di questa nuova uscita, la Epic ha poi pensato bene di aggiungere il dvd dell’MTV Unplugged del 1992 - inspiegabilmente ancora mai pubblicato ufficialmente, seppur ormai diffusissimo tra fans e non - che mostra la faccia acustica e intima dei brani di Ten. Eccellenti interpretazioni, anche se la canzone che spicca dal mazzo è la tiratissima cover di “Rockin’ In The Free World” di Neil Young. Mentre solo per i fan più spinti ed amanti del vinile è allegato anche il concerto al Magnuson Park di Seattle (per non parlare poi della cassettina di cui abbiamo parlato precedentemente).
Si tratta indubbiamente di un lavoro ben fatto, curatissimo oltre che costosissimo, ed è soprattutto per quest’ultimo motivo che probabilmente gli unici acquirenti saranno i soliti collezionisti che non si fanno mancare mai niente. Ai neofiti sinceramente, vista la non imprescindibilità della versione remixata da O’Brien, non ce la sentiamo di consigliare una spesa così folle, e li rimandiamo all’economica e filologicamente originale versione ancora reperibile sul mercato.
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