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Fa sempre una certa emozione rincontrare un vecchio amico, che credevamo d’aver perso, di cui non si avevano più notizie da tempo, ed invece eccolo di nuovo a raccontarci le sue storie, le sue vicissitudini e i cambiamenti, le novità. Si confrontano le esperienze, si ricordano gli attimi felici, le gioie e i dispiaceri, le intese e ahimé gli screzi. E improvvisamente ci ritornano alla mente le interminabili discussioni, le dispute accese, gli scontri, gli asti e le incomprensioni. Or dunque, passata la prima emozione, si ritorna inevitabilmente sulle vecchie controversie. E io quasi le ricordo come se fosse ieri, queste controversie. Ne parlavano i media, ce ne informava la stampa specializzata e noi eravamo lì a parteggiare per l’una o l’altra fazione, a polemizzare, a dividerci. Ora non è che io voglia resuscitare vecchi fantasmi, questioni che probabilmente al giorno d’oggi non interesserebbero più nessuno, se non vecchi fans incartapecoriti. Eppure esse all’epoca ci hanno coinvolto e noi le abbiamo vissute con passione, con tutto l’amore che nutrivamo per la musica, quella musica così nuova e leggendaria, alternativa e coraggiosa; ed io, guarda caso, ero proprio uno di quelli che sostenevano, forse esagerando, che i Soft Machine, dal quarto LP in poi, “avessero sbagliato tutto”. Vero? Falso? Non saprei... E siccome “Drop”, il CD che stiamo recensendo, è soltanto una riedizione di vecchi brani, principalmente tratti da “Fifth” e registrati dal vivo in Germania durante un tour del 1971, mi sembra più che “opportuno” a questo punto fare un po’ di storia.
Ricordo ancora quando uscì “Fourth”, un album eccezionale, che tuttavia molti già guardavano, non senza ragione, con sospetto, gridando al tradimento. Dal mio punto di vista ero indeciso, era difficile prendere posizione, perché l’album era in realtà molto buono, una preziosità, un vero e proprio gioiello in una campana di vetro, seppure irrimediabilmente sbilanciato in direzione del jazz. Bisogna tra l’altro aggiungere che i Soft Machine erano considerati da alcuni, a buon motivo, i veri fondatori del “progressive”. Quando nel lontano 1967 i Beatles e i Rolling Stones producevano ancora canzonette adolescenziali e i Pink Floyd muovevano i primi passi nel campo della psichedelia, “Soft Machine 1” conteneva in sé già tutti i futuri sviluppi del progressive e del rock più à la page... per non citare il non-sense dadaista (“Joy of a toy”, “Plus belle qu’une poubelle”), il surrealismo “patafisico” (un termine che non voleva dire niente, ma comunque irrideva qualsiasi forma di intellettualismo). Negli stessi anni Daevid Allen, fondatore dei Gong - i cugini francesi - dichiarava in pubblico, più o meno seriosamente, “moi, je fume banane”, come dire: i luoghi comuni della beat generation messi alla berlina! I Soft Machine erano, diciamolo, in uno stato di grazia, di folgorazione intuitiva, che li portava ad essere uno dei gruppi più innovativi dell’epoca. Senza dubbio influenzati dalla creatività poliedrica di Robert Wyatt, ma anche in un certo senso dal non-intellettualismo di Kevin Ayers, primo bassista del gruppo, i Soft Machine si avviavano a diventare “leggenda”. Sulla loro scia, gruppi come i Caravan e Hatfield And The North davano vita, in quegli stessi anni, ad un “progressive” molto sui generis, tanto che lo si etichettò come “Scuola di Canterbury”. Creatività, raffinatezza, padronanza strumentale, tutti elementi che uniti ad una non comune chiarezza di intenti programmatici facevano dei Soft Machine un gruppo assolutamente all’avanguardia. Eppure tutto ciò era destinato a “dissolversi”, in quanto si reggeva su di un fragile equilibrio: il rapporto controverso, delicato, pieno di attriti, fra Mike Ratledge, il tastierista, egocentrico ed intellettuale, e Robert Wyatt, il batterista, anticonformista e creativo. Due diverse concezioni della musica che tuttavia, proprio attraverso la contrapposizione dialettica, riuscirono a produrre tre capolavori: “Soft Machine 1”, gioco e creatività allo stato puro, “Volume 2”, ovvero la creatività che si tinge di eleganza, il gioco che diventa adulto, e infine “Third”, Ratledge e Wyatt che danno il meglio di sé nella consapevolezza dello scontro finale, dopo il quale tutto non sarà più come prima. Ed infatti prevale Ratledge, i Soft Machine virano definitivamente verso il jazz e Robert Wyatt abbandona il gruppo per andare a fondare i Matching Mole, ideale continuazione dei Soft Machine, così come lui li avrebbe voluti (Machine Mole, infatti, non significa altro che Soft Machine in francese). D’altronde sia la sostituzione al basso di Kevin Ayers con Hugh Popper, una sostituzione che potremmo definire jazz-oriented, sia l’ingresso nella formazione di Elton Dean al sax e saxello avrebbero dovuto far presagire la svolta sin dai tempi di “Volume 2”, svolta che, come abbiamo già accennato, avviene definitivamente con “Fourth”. E qui entriamo nel vivo del nuovo corso (e di conseguenza della recensione), di cui “Fifth” e “Six” sono senz’altro gli album più rappresentativi, dal momento che “Seven” è soltanto un tentativo, tra l’altro discutibile, di salvare una nave che affonda, mentre i successivi, a partire da “Bundles”, appartengono ad una fase che degli originali Soft Machine mantiene ben pochi tratti distintivi (persino Ratledge nel 1976 abbandona). L’iniziale fervore jazz e le sonorità elettriche di vaga reminiscenza davisiana, il velleitarismo cecil-tayloriano di Ratledge alle tastiere e le irruzioni pseudo-free di Dean e Jenkins ai fiati, assecondate dalla ritmica di Phil Howard alle percussioni (già presente nel CD) vengono lentamente rimpiazzati da una fusion più accessibile e meno pretestuosa (stile Nucleus), che tuttavia ha ben poco da spartire con “Drop” e con ciò di cui, i brani in esso contenuti, rendono testimonianza. E’ un arco di tempo che all’incirca copre il periodo 1971-1973. Ratledge appare impastato, confuso, in cerca di muove sonorità che possano compensare la sua mancanza di idee e coprire la monotonia di un sound che ora, improvvisamente, a distanza di anni, ha smesso di sedurre per il suo stile “sporco e improvvisato, aspro e tagliente". Dove è andato a finire il Ratledge che sembrava “graffiare” le tastiere, produrre sonorità acide e corrosive? O il Ratledge che con impareggiabile maestria assecondava Wyatt nelle sue sperimentazioni ritmiche e vocali, per poi prendere l’iniziativa e trascinare la band in irripetibili cavalcate rapsodiche, veri e propri lampi di genialità. Dove è andato a finire il tocco articolato, leggero ed elegante di “Slightly All The Time”, che in “Third” rappresenta il contraltare della wyattiana “Moon in June” (e che nobile contraltare!)? Ora Ratledge si ripete, annoia, il tocco è pesante più che articolato, dissonante più che “sporco”, stridulo più che acido, cacofonico più che elegante. Un musicista che si ostina a voler giocare un ruolo nel quale ha caparbiamente creduto e che ha voluto a tutti i costi, ma che probabilmente altri all’epoca interpretavano meglio di lui e con maggior consapevolezza. Si pensi a quello che John Surman e i “Morning Glory” andavano facendo nel campo del free-jazz made in England e i Nucleus nel campo della fusion. Con ciò non voglio dire che “Drop” sia un CD da non prendere in considerazione, soltanto perché apparentato con quel periodo di pesante involuzione e impasse cretiva dei Soft Machine. Anzi, bisognerebbe elogiare l’etichetta Moonjune per lo scrupoloso lavoro di ricerca quasi filologica, di setaccio degli archivi, di riedizione e restauro digitale degli originali, perché “Drop” è storia e - soprattutto - è storia di un grande gruppo musicale. Il problema semmai è un altro: a chi è indirizzato questo disco? Chi potrebbe trarne realmente beneficio? Ecco, io lo consiglio vivamente a tutti gli appassionati, non soltanto dei Soft Machine, ma del jazz in generale. L’ascolto di “Drop” è illuminante, ovvero in grado di chiarire una volta per tutte, attraverso questi “frammenti di storia”, come e perché la “meteora” Soft Machine abbia seguito un certo percorso piuttosto che un altro e quali ne siano stati i retroscena, i contrasti, i punti salienti; poiché dopotutto “Drop” contiene brani di tutto rispetto, tratti principalmente da “Fifth”: “All White”, “Drop”, “M.C. ”, “As If”, “Pigling Bland”, ecc. ma anche da “Third”: “Slightly All The Time” (nulla a che fare con la radiosità dell’originale) e “Out-Bloody-Rageous” (diversa, ma innovativa).
Per quanto concerne invece i neofiti, coloro che si avvicinano per la prima volta ai Soft Machine, il consiglio è decisamente di “NO”! Potrebbero rimanerne disorientati, persino maldisposti. Parlare di una release come “Drop” senza le dovute precisazioni, infatti, potrebbe apparire ai più come una esercitazione di stile, una divagazione inutile su fatti e personaggi, situazioni e dispute senza correlazione alcuna al presente. A questi invece consiglio di “lasciar perdere” e puntare decisamente sui primi lavori dei Soft Machine - se si vogliono fare un’idea, sia pur approssimativa, del gruppo o se, al contrario, desiderano semplicemente arricchire la propria discografia di opere che - per ragioni che non possono obiettivamente essere messe in discussione - sono assolutamente necessarie in una discografia che si rispetti!
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