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Il quinto album in studio dei Decemberists deve essere visto più che ascoltato. Un film in musica, o musical mancato, con personaggi, trama, attori e una crew produttiva non indifferente, fatta di ospiti, registi, direttori della fotografia e via dicendo. Il perché di tutto questo lo si capisce andando alla fonte dell’album, all’idea che lo ha concepito e soprattutto facendo riferimento a chi lo ha messo in piedi. A meno di un mese dalla pubblicazione, questo tipo di analisi non è un lavoro inutile, fatto per rimpolpare una recensione altrimenti fredda e schematica, ma diventa un comodo strumento per entrare nel profondo di un’opera folk-rock-metal-indie come questa.
Partendo dall’idea di fondo, tutto nasce nel 1966: Anne Briggs, cantante inglese folk, pubblica un Ep intitolato esattamente The Hazards Of Love. L’Ep non contiene una vera e propria titletrack, ma a questo pensano 43 anni dopo i Decemberists. Il mood viene ripreso, il discorso rinasce e si arricchisce di una trama che trasforma il tutto in un vero e proprio concept, o opera rock che dir si voglia (genere tanto in voga un tempo, quando a farla da padrone erano band come i Pink Floyd e i Pretty Things). Diciassette tracce che seguono l’evolvere della vicenda della giovane Margaret, innamorata di William, l’eroe, ma ostacolata dalla Regina del Bosco, il tutto inserito in un contesto a metà tra la favola e il dramma Shakespeariano, con fantasmi, incantesimi e via dicendo. Dal punto di vista prettamente musicale, l’arco narrativo assume tratti variopinti e originali, alternando momenti più indie folk a sfuriate elettriche che non hanno nulla da invidiare a Deep Purple, Led Zeppelin e compagnia bella, il tutto attraverso l’utilizzo di un grandissimo parco strumenti. La grande varietà sonora è uno dei punti di forza di un disco molto interessante, omogeneo e compatto. Il tema principale, proposto in apertura, viene ripreso più volte e arrangiato in chiavi sempre diverse per tutta la durata del disco (i vari episodi titolati The Hazards Of Love parti 1, 2, 3 e 4). A dare una mano alla band di Portland ci pensano personalità musicali del calibro di Robyn Hitchcock, Becky Stark (Lavender Diamond) e Shara Worden (My Brightest Diamond), chiamati a dare voce a personaggi (Becky Stark è Margaret mentre Shara Worden ha il ruolo della perfida regina) e impreziosire un progetto già interessante per conto suo. E’ difficile separare le varie tracce e dare un giudizio sui singoli brani, come immagino possa essere stato difficile estrarre un singolo da una composizione così unita. Il compito è toccato a The Rake Song, brillante e infuocata, ma vanno citati almeno altri due o tre pezzi per dovere di cronaca. Su tutti l’aggressività ipnotica hard rock di The Queen's Rebuke/The Crossing, dove Shara Worden conferma di essere, se umanamente possibile, qualcosa di più di una splendida voce, o Annan Water, tormentata e commovente. E ancora: An Interlude ricorda da vicino i pezzi strumentali di Nancy Wilson scritti per i film di Cameron Crowe, Isn't It A Lovely Night scanzonata e piacevolissima fa riposare la mente prima dell’alternarsi di tempi e atmosfera di The Wanting Comes In Waves/Repaid.
I Decemberists con questo "Hazards Of Love" hanno ridato vita ad un modo di fare musica che nella storia recente potevamo dare per morto, confermandosi come una delle band più colte e dotate di originalità e soprattutto idee, dell’intero panorama musicale. Per quanto riguarda i precedenti quattro album consiglio a chi ancora non ha sentito nulla dei Nostri di andare a recuperarli e partire dal principio per poter apprezzare ancora di più l’enorme mole di lavoro e i progressi fatti nel corso degli anni. In un duemilanove così parco di grandi album e di uscite interessanti, i Decemberists piazzano un colpo letale, candidandosi ad entrare di prepotenza nelle classifiche di fine anno. Meloy (su tutti) e compagnia lo meritano anche solo per il coraggio di proporre un album così.
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