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Forse non sarà conosciuto ai più giovani, ma i fans non possono che ringraziare Judy Collins, l’amica che per prima lo indirizzò verso la musica. Romanziere, poeta, musicista e anche scrittore per composizioni cinematografiche (una per tutta quella per Oliver Stone, in Assasini Nati). A molti potrebbe ricordare De Andrè, non a caso diverse sue canzoni sono state interpretate dal cantante genovese. Si potrebbe scrivere tanto su Leonard Cohen proprio come si legge sui libri di letteratura di un poeta, “ Vita e opere di...“.
In questo disco trovate tutta l’essenza dell’artista che è. Un doppio disco live, Live In London, registrazione dell’intero concerto tenutosi il 17 Luglio all’O2 Arena di Londra (una delle tappe del suo ultimo tour). Uscito anche in versione DVD, a vederlo entrare sul palco, con sfondo semplici teli bianchi, sembra debba prendere il leggio e leggere qualcosa con come base solo il silenzio del pubblico all’ascolto di qualcosa di poetico o di letterario, invece la musica comincia sin dall’inizio a prendere il suo ruolo, ruolo che nella carriera di Cohen ha sempre coperto quello di semplice sfondo sonoro ai suoi testi, dolce e talvolta impercettibile, ma non per questo non esplorativo.
Si inizia con Dance Me To The End Of Love per poi evolversi in un fondersi di voce e musica, nel quale ogni genere di strumento sfuma in un altro: i violini diventano mandolini di Who By Fire, mandolini chitarra elettrica, protagonista in The Future, le percussioni picchiando dolcemente non mancano di diventare a tratti uno po’ di leggera batteria in Ain't No Cure For Love. Tocca così più generi, dal country al jazz col grido di sax in Bird On The Wire, e addirittura in una sorta di un immaginario valzer in Take This Waltz, ma è capace anche di mettersi da parte in quei momenti intimi di My Secret Life o escludersi quasi completamente in Recitation dove, anche senza vederlo, è facile immaginare Cohen concentrato al microfono, voce calda, bassa e sospirata nell’innefrenabile voglia di recitare i suoi testi. Non mancano cavalli di battaglia come Suzanne che ne determinò il successo musicale nel 1966, la bellissima, quasi gemella, Hey, That’s No Way To Sey Goodbye, First We Take Manhattan che con Closin' Time risulta essere quella più movimentata, l’inno di Hallelujah, fino a concludersi nel saluto di un minuto e mezzo di Whither Thou Goest.
Atmosfera calda e coinvolgente, di quelle capaci di trasportare chi l’ascolta in altre dimensioni, a momenti immaginari e inconsci, ad altri antichi o più scenografici. Tipico esempio e una delle poche dimostrazioni che al giorno d’oggi ci ricorda che una canzone non è altro che una poesia in musica da leggere ad occhi chiusi.
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