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Pet Shop Boys
Yes
2009
Parlophone
di Alex Tessarolo
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E anche i Pet Shop Boys sono arrivati in doppia cifra. Decimo album in venticinque anni di degna carriera. E sorpresa, non è manco male. Infatti, probabilmente grazie anche alla leggerezza di spirito data dalla mancanza di pressioni e alla serenità del numero tondo, i due londinesi hanno ritrovato la loro spiccata vena da gai sognatori dall’animo perennemente adolescenziale e dallo sguardo sempre curioso e stupito del fanciullino pascoliano. Neil Tennant suona quasi ringiovanito e canta con illusa spensieratezza di persone bellissime e mondi ancora pieni di speranza e colori, mentre Chris Lowe e il team produttivo Xenomania viaggiano su un arcobaleno di entusiasmo musicale allestendo una parata di frequenze e melodie ABBAglianti.
Il lavoro contiene una solarità e un ottimismo raro per i tempi correnti. Già dal titolo, Yes, si manifesta l’accettazione totale della vita in tutti i suoi lati, l’esaltazione della società occidentale, della notte stellata vista dall’interno di discoteche sfarzose e gigantesche, dello svago dionisiaco dell’antica Roma. Una predisposizione naturale ad una positività venata di malinconia (stile Judy Garland) e piacere dell’incertezza, dell’indefinibile. La ricetta musicale è sempre la stessa, detestabile ed amabile a seconda dei gusti; ma la qualità dei brani è sicuramente superiore alla media del recente passato e i fan potranno gioire a più riprese (soprattutto nell’infilata dei primi quattro singoloni iniziali). La produzione è a tratti macchiettistica e pacchiana, ma la lacca fa parte del bagaglio e tutto deve contribuire a dare un’immagine di estrema luminosità e gaiezza. Il suono sembra essere stato ibernato nell’anno a cavallo fra caduta del muro di Berlino (con tanto di pezzo nostalgico Building A Wall) ed esplosione della dance commerciale (More Than A Dream fra Corona ed Ace Of Base). Immancabili le ospitate di prestigio: Johnny Marr si diletta alla chitarra senza lasciare veramente il segno ma limitandosi ad una distratta pennata e fuga, il suo apporto più significativo si può sentire in Beautiful People, arrangiata ed orchestrata da Owen Pallett (Final Fantasy e The Last Shadow Puppets, collabora anche in Legacy), il cui tocco è di notevole caratura e rende il brano uno dei migliori dell’intero album.
È una divertente festa in maschera (un’atmosfera da film di Baz Lurhmann con storie antiche ambientate in epoca moderna ed evidenza di contrasto fra possibilità reali e sogni di realizzazione) con travestimenti molto enfatici e lussuosi ed un’orchestra sbarazzina: un appuntamento divertente sia per visitatori occasionali che assidui frequentatori.
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26/04/2009 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
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