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È un’usanza rinomatamente americana quella di appellare qualche membro della propria prole Junior, il piccolo o anche il minore se non il giovane. Mai ho capito a fondo tale consuetudine piuttosto limitante e castrante per il povero neonato che dovrà affrontare il mondo, spesso spietato e pericoloso, con un nomignolo palesemente riduttivo e minimizzante. Non penso che vi sia crudeltà né sadismo in tali scelte, probabilmente è solo l’ego ingombrante, povertà di fantasia oppure un cinico ed estremo, freddo, realismo. Ancor più perplessità desta la scelta del nome Junior quale titolo di un album, clausola che rende inevitabile la pregiudizievole predisposizione d’animo.
Eppure il terzo figlio musicale della rodata coppia elettronica norvegese Royksopp non è affatto di minore qualità e statura dei precedenti. È anzi più maturo nel suo carattere orgogliosamente ultra-pop. Mancano i singoloni spacca-Mtv, i tormentoni da pub-club-bar, ma ogni brano possiede un’aura smodatamente popolare e contemporanea che si adatta perfettamente al ritmo da spot dei nostri giorni. Non ci sono più i toni compassionevoli e drammatici di Poor Leno; si fa sentire il surriscaldamento climatico: si sciolgono i ghiacciai, si apre il passaggio a Nord-Ovest e la luce e il calore sempre sognati dai Royksopp divengono realtà, ogni mèta diviene raggiungibile. Si perde infatti il sapore scandinavo del loro sound a favore di una dimensione pop fortemente internazionale, ben nutrita di riferimenti sia agli anni ’80 che ai ’90 senza apparire in tale modo retrò. C’è voglia di entrare nell’olimpo dell’elettronica da stadio; voglia di sostituirsi ai Chemical Brothers, agli Underworld, a Fatboy Slim; una vaga intenzione di accostarsi agli inarrivabili Daft Punk e una strenua resistenza a distanziarsi dalle orde di coppie electro che fanno della banalità e dello scopiazzo le proprie armi di battaglia. La scrittura dei brani si fonda sugli insegnamenti della scuola hi-nrg moroderiana e della trance centro-europea, ma le lezioni vengono rielaborate in salsa pop, prosciugate di ogni vezzo anfetaminico e singhiozzo alcolico. La produzione è a dir poco eccellente, ogni suono rispettato, onorato e cullato come un piccolo Buddha; tutto scorre nitido, corposo e voluminoso. I synth sono corde tese che sembrano pronte a strangolare qualche impiccato (sentire Vision One), saturano a perfezione gli spazi impedendo ogni evacuazione d’aria, costringendo l’ascoltatore ad assistere allo spettacolo con il fiato sospeso, quasi fosse un film di Hitchcock. Per allentare la tensione partecipano alla partita alcune cantanti nordiche: la talentuosa Robyn si cimenta in un’imitazione piuttosto riuscita di Madonna sul singolo apripista The Girl And The Robot; l’ormai famosa Karin Dreijer (cantante di The Knife e protagonista vocale dell’ultimo successo dei Royskopp, What Else Is There?) conferma l’ottima intesa con il duo nei due pezzi migliori dell’album, This Must Be It e Tricky Tricky (quest’ultima un piacevolissimo excursus in suoni più house e danzerecci); meno validi invece i contributi di Lykke Li e Annali Drecker. Non mancano comunque episodi strumentali, anche se poco ispirati: divertente l’iniziale e breve Happy Up Here, mentre quasi demoniaca per peccaminosa mediocrità la funerea Royksopp Forever.
Trattasi in sostanza di pop di buon livello e vagamente di nuova generazione, ma non ci sono passione e sentimento sufficienti per creare una vera armonia con l’uditorio; un difetto che rende il disco più appetibile per produttori cinematografici e montatori video piuttosto che per abituali consumatori di musica. Intanto sappiamo già che il prossimo figlio lo chiameranno Senior.
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