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Gli piace essere definito “ragazzo di strada”. Questo termine lo usa molto nei suoi testi: amori di strada, vite di strada, ragazzi di strada, canzoni di strada... Sarà un modo per dire “sono uno di voi e provo a dar voce a tutti”. Sulla strada infatti è il titolo del decimo album di Massimo Priviero. Prima di parlare del disco però, sarebbe il caso di raccontare un po' di lui... emergente per modo di dire.
Nasce ai primi anni ‘60 in Veneto, dove vive laureandosi anche in Storia Contemporanea, fino a quando la musica e le influenze più insistenti quali quella di artisti come Bob Dylan non prende il sopravvento e si trasferisce a Milano dove tutt’ora vive con la famiglia. Nel 1988 viene pubblicato il suo primo album, San Valentino interamente registrato a Londra. Avvalendosi di buone collaborazioni, come quella della PFM per l’album Nessuna resa mai del 1990, o quella del celebre chitarrista e produttore di alcuni album di Bruce Springsteen, Steven Van Zandt, che ne collabora alla produzione artistica, arriva a pubblicare in 20 anni di carriera, 9 dischi. Dopo l’ultimo Rock & Poems, primo album sotto l’etichetta Universal, interamente dedicato a cover di artisti simbolo della sua adolescente predisposizione alla musica, esce quest’album-raccolta. E’ facile ascoltando i testi, ma anche solo leggendo i titoli, intuire un “album diario”, ovvero una serie di valutazioni personali, sfoghi intimi e dei testi importanti o per lo meno ricchi. E’ senza dubbio percettibile la naturalezza e la sincerità nello scrivere le parole. Un album dalle due sfaccettature, come succede spesso col genere rock che nasconde sempre qualcosa da scovare sotto, soprattutto se affiancato al cantautorato. Contesta in una delle tre nuove tracce, Bellitalia, non lasciando trasparire l’aspetto politico con “bella ciao”, sicuramente non del tutto non voluto; urla, fa scendere in piazza con Nessuna resa mai "...ma la mia anima giuro amico mio, sarà più dura di un diamante se incontrerò i tuoi occhi tra la mia gente”, che incita alla Dolce Resistenza. Quella durezza, quella voce arrabbiata di chi vede e vive, soffre per qualcosa che non va, una guerra, una lontananza sentita in quelle lettere dal fronte di Nikolajevka o di La strada del Davai, cantata in dialetto veneto alla madre che ne sottolinea ancor di più l’aspetto personale. Sedici tracce, come delle piccole finestre dalle quali affacciarsi con la chitarra in mano, gli immancabili occhiali da sole da rocker per dar sfogo a rabbie interiori, con magari davanti l’ispirazione del mare di Grande mare, o ad un tavolino di un caffè o sui gradini del Duomo di Fragole a Milano. Un miscuglio di temi: razzismo, fame, precariato, persino le morti bianche, il tutto concentrato per lo più in Giustizia e libertà (1994). In lontananza? Lontana, sempre più lontana si spera di vedere presto la guerra, il fronte, le armi di Addio alle armi (2009), una sorta di silenzio dei giorni nostri, solo strumenti, comunque protagonisti di tutto l’album, insieme alle parole che le accompagnano con frenetici e nervosi violini, malinconici e lontani mandolini della già citata Giustizia e libertà, le armoniche di L’ultimo ballo.
Nonostante i temi non proprio dei più spensierati, dopo il primo ascolto il disco scivola bene, soprattutto se si presta più attenzione di volta in volta ai testi, meritevoli anche solo di essere letti senza musica per coglierne di più il modo in cui sono stati “buttati giù”, e regala anche qualche ritornello da canticchiare.
Sperando che in nove dischi non abbia esaurito le idee, sicuramente Massimo Priviero ha di che parlare e ha un modo suo nel farlo, l’importante è, come in tutte le cose, cercare di non prendersi troppo sul serio.
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