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Alfieri di un combat folk/rock tinto di tanta ironia e autoironia, spruzzato di pop, ska, reggae, musica irlandese e suggestioni balcaniche, i Folkabbestia hanno attraversato l’anno 2008, con un nuovo album in studio, Il segreto della felicità, che seguiva di 5 anni il loro ultimo disco di inediti, Non è mai troppo tardi per avere un'infanzia felice, datato 2003.
La band pugliese, formata da Lorenzo Mannarini (Voce, Chitarre, armonica a bocca), Simone Martorana (Chitarre Cori), Pietro Santoro (Fisarmonica), Fabio Losito (Violino, Cori), Francesco Fiore (Basso), Nicola De Liso (Batteria), porta avanti ormai da 13 anni un lungo discorso, fatto di canzone popolare che racconta storie semplici ma mai banali, con un piglio e una comunicativa energica e sincera che ne hanno decretato un buon successo soprattutto nei loro divertenti e coloratissimi live. Un folk, dunque, che scava nel sociale e nel difficile quotidiano mantenendosi però sempre sul filo del dissacrante, del racconto “popolare” divertito appunto, e cercando sempre la miscela giusta tra ritmo e melodia. Il segreto della felicità, da questo punto di vista è un disco divertente, piacevole, riuscito, che forse cede su alcuni arrangiamenti un po’ troppo levigati e alcune soluzioni “corali” da palco da festa minore, e che probabilmente non aggiunge molto a quanto già detto dalla banda dei Folkabbestia, pur facendosi apprezzare. Per chi si era innamorato di certi “schiaffoni” al comune sentire come U’ frikkettone, e in generale alle loro prime produzioni, più ruspanti per quanto meno “lucide”, il vestito “buono” di cui si veste Il segreto della felicità non sempre sembra suonare come il giusto abito. A metà strada tra Elio e le Storie Tese, (meno geniali ma decisamente più folk) e la Bandabardo’(ma meno “cattivi” e meno ruvidi) la banda pugliese ha fatto del gusto dissacrante dell’ironia la sua arma in più ( e non va dimenticato che i Folkabbestia sono entrati nel guinness dei primati nel 2003 per aver suonato per 30 ore di seguito la stessa canzone Styla Lollo Manna, dall’album Se la rosa non si chiamerebbe rosa del 2000) così che in questo nuovo lavoro certe buone idee liriche, armoniche e melodiche rischiano di perdersi nel bel canto o nel bel suono.
L’attacco, con la title-track Il segreto della felicità, è una sorta di divertissement, che serve a lanciare il tema ricorrente di tutto il lavoro, ma già con la fisarmonica di Risveglio dall’incanto, il clima si fa più ricercato e più elaborato. Ecco la resa sonora fin troppo “pulita”, con suoni moderatamente brillanti e rotondi che non soddisfa del tutto, quando magari certo folk chiederebbe una miscela meno elaborata e quindi più sporca. E’ vero che certi stacchi tra musica balcanica e balli irlandesi restano prove mirabili di goduria ritmica, così come la forza di certi passaggi molto belli di archi bilanciati da stuoli di una fisarmonica che va di ritmo nella stessa misura in cui funge da tappeto sonoro o da solista, portandosi appresso spesso l’intera sezione ritmica. Ma cose come Potere alla poesia sembrano, al di là del bel messaggio del testo, traduzioni da Radio Dee-Jay di musica tradizionale. Meglio decisamente le suggestioni alla Bregovic, di Rovo da more (sempre però troppo rotonda nelle sonorità), o la dolcezza della ballata Il sogno di Medhy. Bellissima invece La civetta, armoniosa e trascinante nella melodia e convincente nel cantato, e che nelle armonie ricorda certe cose stupende di Massimo Bubola, soprattutto nel movimento degli archi. Colpi decisi di taranta in brani come La tarantella novella, o di “two step” italiano in Quello che siamo, tutti racconti che si disegnano tra provincia, meridione e tradizione popolare. Come la storia de Il brigante innamorato, ballata dall’incedere forse troppo epico, ma che disegna bene certe figure senza tempo del nostro Sud. I riferimenti alla musica folk meridionale italiana, contaminata dalle musiche popolari del mondo (quindi il folk americano, quello britannico, e quello adriatico di terre slave) sono disseminati praticamente in tutti i pezzi, compresi certi inserti di flauto dolce che colorano cieli di terre incantate.
In definitiva nonostante qualche debolezza “sfuocata” nell’arrangiamento in alcuni episodi, la scrittura si mantiene comunque sempre di buon livello, con alcuni picchi di eccellenza in Cartomanzia, la già citata La civetta e una nostalgica Treno per casa, livido quadretto di un ritorno a casa da fuori sede, fino alla conclusiva Uruguay, con accenti esotici da Sudamerica e fisarmonica però con uno stile da radio d’altri tempi.
Un lavoro complessivamente apprezzabile per una banda dopo tredici anni, ancora coerente a sé stessa. E non è poco. Anzi.
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