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Dopo tre anni di assoluto silenzio, il 2009 si sta delineando, a tutti gli effetti, come l’anno di Graham Coxon. Infatti, il chitarrista inglese sarà impegnato a breve con il lungamente atteso concerto reunion dei Blur (cui farà seguito probabilmente un tour vero e proprio, e pare anche un nuovo disco) ma intanto non ha perso tempo nell’attesa, dando prima una grossa mano al suo amico Pete Doherty per la realizzazione del mediocre Grace/Wasteland e poi pubblicando, ora, il suo settimo album personale. Il quale arriva a prolungare una carriera solista che, partita quando ancora i Blur erano nel pieno della loro magnificenza artistica e produttiva, adesso annovera ben sette album, tra i quali i due quasi-capolavori The Sky Is Too High (1998) e Happiness In Magazines (2004), il primo perlopiù acustico di stampo lo-fi, il secondo iperprodotto e scintillante.
The Spinning Top che si presenta come un ambizioso concept album che narra la storia di un uomo dalla sua nascita fino alla morte (con un’ennesima bella copertina disegnata dallo stesso Coxon), cerca di porsi a metà tra questi due ottimi dischi sopracitati, essendo essenzialmente composto di ballate acustiche con qualche spruzzata di chitarre distorte, con arrangiamenti comunque curati in maniera certosina. Dopo gli ottimi lavori passati c’era molta attesa per il nuovo album, anche per capire se Coxon finalmente avesse raggiunto la maturità artistica dopo aver alternato negli anni cose egregie ad altre decisamente mediocri se non superflue (tenendo sempre in conto il mostruosamente strepitoso lavoro compiuto da chitarrista/arrangiatore nei Blur). Il problema principale per il chitarrista britannico di origine tedesca, è sempre stato quello di non essere dotato di una voce particolarmente potente e tantomeno bella alla quale aggrapparsi anche nelle canzoni meno ispirate (come capita invece ad altri artisti), motivo per cui nel suo caso le eventuali lacune strutturali delle canzoni si notano tutte e non basta il suo lavoro chitarristico sempre eccelso (come nel caso di questo nuovo album) a salvarle. The Spinning Top è essenzialmente un disco troppo lungo – un’ora e dieci minuti di musica – e pieno di canzoni, purtroppo, poco valide che, tra ballate in cui il fingerpicking sulle chitarre acustiche si impasta ad altri strumenti esotici (il dilruba e l’esraj tra gli altri, ma anche altri più canonici come il contrabbasso di “Brave The Storm”), ci restituiscono un Coxon trasformato in un pallido clone di Jackson Browne e Nick Drake (solo un po’ più felice, strano considerato il personaggio!) e anzi, addirittura, ascoltando l’iniziale “Look Into The Light” sembra di trovarsi di fronte ad un vecchio disco di James Taylor. Insomma, un quadretto non troppo rassicurante per un’artista che ci aveva sempre abituato ad un approccio avanguardistico verso la materia pop. Per fortuna, chi avrà la pazienza di indugiare su questo album, potrà comunque godere di almeno quattro brani di spessore assoluto (in ogni caso pochissimi rispetto ai quindici totali) come la notturna ed intimista “In This House”, l’acida e psichedelica “If You Want Me” che insieme alla stupenda “Humble Man” sembrano suggerirci quelli che potrebbero essere i percorsi musicali dei prossimi Blur. Infine tra i pezzi forti può essere contata anche la gilmouriana (e tutto, dall’atmosfera al cantato, fino alla splendida chitarra solista richiamano i Pink Floyd) “Tripping Over”, un po’ poco per portare il disco oltre la stentata sufficienza.
Non ci resta che sperare che il nuovo rapporto tra Damon Albarn e Graham Coxon funzioni bene come il precedente, e che i due ritornino a collaborare attivamente per ritornare a regalarci qualche perla. Anche perché gli splendidi tempi di 13 stanno diventando terribilmente lontani.
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