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Ha un tocco sempre personale e deciso, quasi inconfondibile, la rossa Neko Case. Forte di un ultimo disco, quel Fox Confessor Brings The Flood del 2006, tanto bello quanto fotografia della fisicità di chi lo aveva scritto, pensato e cantato, la rossa della Virginia si rimette in pista con questo Middle Cyclone, che finisce con lo spostarsi non troppo dalle venature del predecessore.
Aggressiva e sexy sulla foto di copertina, dove appoggia un ginocchio sul cofano di una Ford Mercury Cougar, in posa slanciata, protesa, sguardo e corpo verso un orizzonte lontano, con tanto di lancia impugnata in una mano e puntata anch'essa verso questo nuovo giro canzoni e racconti, c’era da aspettarsi un lavoro altrettanto spregiudicato e graffiante, nei suoni, negli arrangiamenti e nelle ritmiche. Così non è, sostanzialmente, perché la cifra dominante è quella più acustica, magari pennellata di tocchi e squarci notturni, ma con poche accelerate, fino a lasciare la sensazione più che di una corsa, di una lunga strada panoramica a finestrini abbassati a bordo della rossa, fiammeggiante Mercury della foto in cover.
Neko Case sa in ogni caso dove cercare i suoi punti di forza e scrive così un disco solido, appassionato, magari con meno fantasia e meno guizzi di Fox Confessor, ma con ancora più decisa e rotonda ispirazione. I pezzi più pop, con maggiore dinamica si ritagliano praticamente perfetti all'inflessione della voce della rossa virginiana, dosata senza strafare su tappeti di chitarre e tenui synth, e su ritmiche limpide, da power pop che conquista meritatamente al primo ascolto: la traccia di apertura This Tornado Loves You (aggressiva al punto giusto, “ho trascinato il tuo nome per tre contee... questo tornado ti ama/ cosa ti ha fatto credere in me?”), o la quasi byrdsiana People Got A Lotta Nerve, popolata di elefanti, balene killer, squali e con un inciso aggressivo, sensuale ma che in fondo non è altro che una costante sociale più che una posa da donna conquistatrice: “Sono una mangia uomini/ Ma ancora ti sorprendi quando ti mangio”. E ad ogni modo un pezzo che in un mondo migliore passerebbe dieci, centro volte nelle radio FM di mezzo mondo al posto di molte indigeste hit del momento, di ogni momento. Come già detto, però è la venatura più folk, acustica, a prevalere: The Next Time You Say Forever, piccolo intermezzo da meno di due minuti, quasi dal sapore dell’incompiuta, oppure la sospesa Polar Nettles che lascia intravedere a suon di spazzole e di cambi di tempo la misura noir tipica della Case, (formidabile nel precedente disco, un brano su tutti: Hold On Hold On) e che stavolta trova il suo momento più sinistro nell'incedere quasi da poliziesco di Prison Girls: l’elettrica carica di reverbero a dettare l’andamento quasi ipnotico, e il racconto spaesato: “Dove sono io stanotte? Il mio Hotel non si ricorderà di me. E questo sogno morirà, morirà al mattino, e questo sogno non si ricorderà di me”. Alla fine, forse, a pesare un po’ troppo sul quadro complessivo dell’album, è proprio un’eccessiva morbidezza di fondo, sulla quale la splendida voce della Case si appoggia con classe da applausi, ma alla lunga fatica a tenere sempre attento l’ascoltatore. Dalla title track, quasi più da dopo-ciclone, nella sua eterea trasparenza da filastrocca e carillon, al fingerpicking di Vengeance Is Sleeping, poggiata su un arpeggio di chitarre e campanellini, leggerissimo, alle appena più movimentate Fever (colorata da una chitarra in sottofondo ubriaca di flanger) e Magpie To Morning, ballatona delicatissima ma al limite dello stucchevole, tenuta dal timbro vocale inattaccabile della red headed woman virginiana, oltre che da un’immagine notte di stelle e malinconia “Non lasciare che l’estate ti passi davanti”. O ancora le chitarre alla Tom Petty di I’m An Animal, quasi esemplare nel suo palesare umori e primordiali, epidermici approcci “Io sono un animale, anche tu lo sei”, per una cifra stilistica, quella che rimanda a racconti, bozzetti quadretti, protagonisti e comparse, densi di una fisicità quasi palpabile e con pochi fronzoli che caratterizzano da sempre i testi di Neko Case. Ma notevole in questo senso è anche la conclusiva Red Tide, una sorta di noir pop dal buon tiro, efficacissimo.
Splendide le due cover inserite in track list, entrambe datate 1974: una Don’t Forget Me di Harry Nilsson, registrata, come gran parte dell’album, nell’home studio di Neko Case nel Valmont, con uno stuolo di pianoforti suonati da alcuni amici dell’artista, all’unisono, sulle poche note del tema, e una specie di manifesto ambientalista, quella Never Turn Your Back On Mother’s Earth degli Sparks, davvero notevolmente e appassionatamente interpretata e ottimamente arrangiata.
Tanti gli ospiti chiamati a lavorare sulle vesti sonore delle composizioni: Garth Hudson della Band, Steve Berlin dei Los Lobos, Howe Gelb dei Giant Sand, Joey Burns e John Convertino dei Calexico, oltre che l’immancabile M. Ward, e i New Pornographers di cui lei stessa fa parte. Tutti al servizio di una delle voci più belle dell’americana di oggi e degli ultimi dieci anni, quella della rossa Neko. Sempre in perfetto equilibrio sui dosati tappeti sonori, e sulla sottile linea di echi e reverbero, è l’interpretazione vocale a riportare il disco sempre su una direzione di buona espressività, anche quando sembra che la scrittura si perda su sé stessa. Così alla fine è vero che il ciclone annunciato dal titolo in realtà è un mezzo acquazzone, che conforta o turba piuttosto che sconvolgere il paesaggio, ma tra metafore naturaliste ispirate a tratti quasi ad un lirismo ecologista, la predilezione per certi movimenti notturni, un suono indie, tra alt.country, pop e buone venature da folk o appalachian songs, Middle Cyclone esce tra gli applausi e fatica ad uscire dal nostro lettore.
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