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Homemade Unlimited Groove Opportunities sarebbe un nome troppo lungo e poco memorizzabile. Il suo acronimo, H.U.G.O., lo è molto di più. Quello che in realtà è molto difficile da dimenticare è il sound di questo gruppo, nato nel 2006 dall’incontro di Daniela Zebracon Marco Benedetti e Rocco Spagnuolo.
La strada intrapresa dal trio è una originale fusione di elettronica, dance e sound psichedelico, che grazie all’arrivo del quarto elemento, Alessandro Parilli, trova un ottimo equilibrio. Ed “Equilibrium”, appunto, è il disco di esordio degli H.U.G.O. Elettronica e computer che si sposano con melodie suadenti, e ritornelli che ti solleticano subito l’orecchio, in canzoni quasi tutte sopra i cinque minuti (alcune quasi otto). Tutte rigorosamente in english. Lunghe tracce in cui è possibile ritrovare gli elementi più svariati, dalle percussioni ad accattivanti giri di basso, fino alle più eclettiche virate dance, i campionamenti frenetici o le influenze nu-jazz. Aprono il disco due bombe ad orologeria come Whacked e Sweet Fairy, ritmi magici sostenuti da poderosi virtuosismi vocali: più di quindici minuti di musica ad alto contenuto emozionale. Tamburi tribali invece introducono la vigorosa traccia che dà il titolo al disco: un tunnel sonoro di quelli difficili da dimenticare, a tratti leggermente ridondante, sovraccarico come cocktail con troppo alcool. A dispetto del titolo, invece, Walking In The Sun non è poi molto solare, anzi: l’atmosfera è piuttosto scura e elettronica, mentre sia Keep che Miss Jeckyll sembrano uscite dalla colonna sonora di un film di fantascienza, o meglio ancora di un videogame horror (sullo stile di Silent Hill, o Resident Evil, per intenderci). Spazi aperti, nuvole che si diradano e quiete: è evidente il cambio di tono e di atmosfere in Dream, un sogno appunto, di quelli belli che vorresti non finissero poi tanto presto. Chiudono il disco, i quasi dieci minuti di frenetico delirio postindustriale di At Ease.
Ripercorrendo alcuni imprescindibili classici dell’elettronica mondiale, traendo spunto e linfa vitale da un certo sound jungle e tipicamente dance, gli H.U.G.O. interpretano con personalità la lezione dei Portishead o dei Massive Attack, offrendo otto tracce tutte da gustare. Volendo essere pignoli, l’inglese della cantante in alcune passaggi suona troppo “italianizzato”: forse si poteva lavorare di più su questa sfumatura. Ma è un discorso per i puristi della lingua. Per il resto, un signor disco.
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