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Chissà quante fregnacce si sentiranno e si leggeranno sul ritorno discografico di Eminem? L’irresistibile tentazione di incensare o stroncare avrà probabilmente il sopravvento. A noi poco interessa. “Encore” (2004) doveva essere, dichiaratamente, l’ultimo album di inediti del rapper di Detroit: niente di che come disco, un addio un po’ in sordina dopo tre lavori di ottimo livello. Alla fine invece, come già altri prima di lui, Eminem non ha resistito ed è tornato in studio di registrazione: grazie al cielo questa volta Dr. Dre l’ha seguito come un’ombra, risparmiandoci la sfilza di produzioni mediocri - firmate dal biondino - che ammorbava “Encore”.
Eccoci dunque alla ricaduta, o recidiva di “Relapse”: non proprio un titolo allegro. I due sono reduci da bruttissimi periodi: Dre ha da poco perso il figlio ventenne per overdose; Em, dopo la morte dell’inseparabile Proof - amico e rapper - in un agguato, si è risposato con l’ex-moglie Kim per ridivorziare dopo pochi mesi: è seguito un lungo periodo di depressione e dipendenza da psicofarmaci. Va da sé, dunque, che “Relapse” sia un disco piuttosto cupo e dark, nonostante il tono leggero del singolo “We Made You”. Dr. Dre produce tutte le tracce del disco tranne la stucchevole e melensa “Beautiful”, disgraziatamente prodotta da Eminem: le basi del “dottore”, dalla qualità media decisamente elevata, sono abbastanza scure ed evitano, tranne in rari casi, inutili fronzoli e soluzioni pop o troppo leggere. Permangono alcuni elementi distintivi dei vecchi dischi di Eminem come alcuni ritornelli un po’ facili ed il continuo riferimento alle proprie vicende private: la persona è sempre quella ed alcune caratteristiche le sono evidentemente intrinseche.
Normalmente non ci sarebbe molto altro da aggiungere: Eminem ha venduto decine di milioni di dischi in tutto il mondo, anche gli animali domestici e - forse - i muri ne conoscono la voce e lo stile. E invece no. L’aspetto più sorprendente di “Relapse” è proprio il rap di Marshall Mathers. In un mondo dove “formula vincente non si cambia”, specie in contesto iper-mainstream, questo rapper migliora ancora il proprio livello tecnico e si prende pure dei rischi che a qualsiasi altro artista major sembrerebbero una follia. Certo, visto il conto in banca, lui se lo può anche permettere ma la cosa rimane comunque fuori dalla norma. Ascoltate “3 AM”, “Hello”, “Stay Wide Awake”, “Old Times Sake” o “Crack A Bottle”: le metriche diventano angolari e cubiste, il flow matematico e ripetitivo in modo quasi parossistico, la voce assume a tratti strani accenti tra il mediorientale ed il robotico/cartoonesco. On-line è già possibile leggere il disorientamento di molti fan americani di fronte a queste novità che vengono viste come piccole eresie. “Viva le eresie!”, diciamo noi.
“Relapse”, nonostante qualche caduta, è un lavoro più che discreto e soprattutto restituisce al pubblico un MC straordinario che si “mangia” letteralmente il 90 per cento dei rapper oggi in voga. Ovviamente il piacere di ascoltare metriche e flow di prima classe, qua e là anche piuttosto innovativi, è soprattutto per gli appassionati hip hop: in questo senso “Relapse” non può definirsi come lavoro granché trasversale ma soprattutto come disco di genere. Ad Autunno dovrebbe uscire “Relapse Pt.2”... staremo a vedere. Nel frattempo ci possiamo rifare le orecchie con uno dei migliori funamboli del rap oggi esistenti.
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