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Atteso nuovo album per le New York Dolls, uno dei gruppi storici del glam-rock statunitense, protagonisti di un debut album assolutamente straordinario nel 1973, precursori del punk, unici, melodici, perversi e graffianti, come nessuno ha più saputo fare, come nessuno ha più potuto permettersi.
C’era Johnny Thunders allora, accanto a David Johansen e agli altri. Ed il disco era stato prodotto dal mitico, geniale Todd Rundgren. Ebbene, lo hanno richiamato in servizio, e Todd ha lavorato di nuovo con loro, ha diretto le operazioni nei suoi Utopia Studio di Kauai nelle Hawaii, accanto a David Johansen, alla voce ed a Sylvain Sylvain, alla chitarra, gli unici due membri originali della formazione del 1973. Il resto della line up è stato completato da Steve Conte, alla chitarra ritmica, da Sam Yaffa (ex Hanoi Rocks) al basso, e da Brian Delaney, alla batteria. Dopo la sorprendente e discussa reunion del 2004, è con questo straordinario “Cause I Sez So” che le New York Dolls tornano ai fasti di una volta. Come per incanto infatti, David Johansen e gli altri mettono da parte vizi e debolezze, e ritrovano la forma dei giorni migliori. Il nuovo album possiede davvero sia il suono di un disco di quegli anni, sia la freschezza di un disco di una nuova rock band. “Cause I Sez So”, la title track e “Muddy Bones” sono dei rock and roll molto tirati, che fanno centro al primo ascolto, “Ridiculous” è un brano sapientemente bluesato, mentre “Better Than” e “Lonely So Long” sono delle rock ballads morbidamente elettriche, che consentono a David Johansen di fare il gatto innamorato. Ma è nella seconda parte del disco che le Bambole di New York ci riservano le cose migliori: “Temptation To Exist” e “Making Rain” sono due pezzi eccellenti, due ballate rock felicemente ispirate, alcoliche e vibranti quanto basta, come ricordavamo, come ne sentivamo il bisogno. Le chitarre elettriche di “Drowning” poi, sono state registrate per dare soddisfazione e sollievo alle nostre orecchie, sono lancinanti e sporche come volevamo, con quei tratti garage, con tanto di approccio sixties che porta con sé un bagaglio melodico convincente.
Indovinata anche la nuova versione, piacevolmente reggata, di “Trash”, mentre le vibrazioni glam e le distorsioni elettriche di “Exorcism Of Despair” chiudono in modo piacevolmente perverso un gran bel disco di rock and roll. Da non perdere.
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