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Sufficienza piena per i Domain, ma l’ascolto di The Chronicles Of Love, Hate And Sorrow lascia il sapore di qualcosa di incompiuto.
La band tedesca è riconducibile all’esplosione power-melodic-symphonic metal che ebbe inizio negli anni ’80, ma non è chiaro se e quando finì, anche perché la sovrabbondanza di produzioni del genere finì a un certo punto col rendere i tre stili praticamente indistinguibili. Pur non essendo mai arrivati a far parte del vero e proprio star system del metal, i Domain si sono fatti una buona posizione in tutta l’Europa continentale, sono molto seguiti anche in Asia, e questo è il loro nono album. Attraverso alti e bassi, svariati cambi di formazione e un temporaneo scioglimento, la loro fortuna è stata quella di avere sempre un solido punto di riferimento in Axel Ritt, chitarrista e “mente” del gruppo, noto anche come “Iron Finger”. Sul perché di tale soprannome, basta inserire il CD nel lettore per avere la risposta: quelli di Axel non sono semplici riff di chitarra, sono stregonerie, fuochi d’artificio da Capodanno del Quarto Millennio. Sul fatto che Ritt possa a buon merito essere annoverato nell’Olimpo dei chitarristi rock e metal, non c’è molto da discutere: ma il prestigio che il singolo musicista porta alla band non basta ad alimentare un progetto collettivo. Non è facile individuare un preciso difetto in questo album. Certamente non si tratta di una carenza tecnica: la sessione ritmica, le parti sinfoniche, la coerenza strutturale data dal concept (l’album è interamente ispirato ai Dolori del giovane Werther di Göethe, interessante idea del nuovo vocalist Nicolaj Ruhnow) sono assolutamente superbe. I Domain, in effetti, hanno fatto esattamente quello che da loro ci si attendeva: un’opera power metal di grande valore tecnico, ma che sembra riprodurre, con una fedeltà impressionante, il processo di fusione power-melodic-symphonic di cui si parlava. Di conseguenza, eredita tutte le caratteristiche che rendono questi generi tendenzialmente indigesti agli ascoltatori di gusti più essenziali: in particolare quell’inconfondibile sound altisonante ed epico, che, diciamo la verità, fa un po’ (tanto?) kitsch. La conferma si ha ascoltando soprattutto He Is Back, ma anche Sweeping Scars, Angel Above e la ballatona Twelve O’Clock.
Sicuramente un lavoro ineccepibile, da grandi professionisti: resta però fortissima la sensazione che i Domain, rispetto a Last Days Of Utopia, facciano più che altro da vetrina all’imbarazzante bravura di Axel.
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