|
Il Quiet One, il genio incompreso alle spalle del duo schiacciasassi Lennon & McCartney, il pioniere dei concerti di beneficenza, il mistico dei Beatles. Tutto questo, e anche qualcosa in più, è George Harrison, ovvero il misterioso e introverso chitarrista dei Fab Four, passato a miglior vita nel 2001 stroncato da un male incurabile. Se canzoni come “Something”, “Here Comes The Sun” e “While My Guitar Gently Weeps” sono da decenni, in un modo o nell’altro, classici di dominio pubblico, di contro, ben poco nota è gran parte della produzione solistica del celebre songwriter-chitarrista. L’unico album ad ottenere i consensi unanimi sia di pubblico che di critica fu l’eccellente All Things Must Pass del 1970, che rappresentò, in sostanza, un caso isolato perché composto di una serie di ottimi brani rimasti fuori dagli album dei Beatles nel periodo di maggiore splendore compositivo per il silenzioso George. Non a caso i brani precedentemente citati risalgono, come data di composizione, al medesimo scorcio temporale. Dopo questo exploit, purtroppo la carriera dell’artista è proseguita tra dischi mediocri, alcuni discreti ed altri, francamente, imbarazzanti, nonostante qualche piccolissima gemma sia rintracciabile in quasi ognuno di questi album.
Lo scopo di questa raccolta (la prima a sintetizzare l’intera carriera dell’ex-Beatles) è, perciò, secondo le intenzioni di Olivia e Dhani Harrison (moglie e figlio dell’artista), quella di dare una panoramica sull’intera carriera e al contempo di ridare lustro e visibilità a molte canzoni finite nell’oblio con il passare degli anni (ma probabilmente anche per spillare qualche altra, preziosa, moneta a fans e ascoltatori saltuari). Il risultato finale, di contro, è semplicemente quello di rendere palese , nuovamente, come, escludendo il capolavoro del ’70, la produzione harrisoniana sia di bassa fattura e con davvero pochi punti a malapena salvabili. Se da All Things Must Pass emergono in tutto il loro splendore, grazie anche la ripulitura effettuata da Giles Martin, grandi pezzi come “Isn’t It A Pity”, “My Sweet Lord”, “Ballad Of Sir. Frankie Crisp (Let it Roll)” e la canzone omonima, il resto si muove tra i deboli, musicalmente parlando, ricordi dei bei tempi che furono di “All Those Years Ago” (dedicata a John Lennon, con Paul McCartney ai cori) e “When We Was Fab”, tenui successi come “Give Me Love” e roba inutile come “This Is Love”. L’unico pezzo che, probabilmente, merita di essere rivalutato è “Blow Away” che, aldilà del deprecabile arrangiamento, ha un’ottima linea melodica ed un’eccellente ritornello. Il cd è poi reso più appetibile, soprattutto agli occhi degli amanti beatlesiani, dalle versioni live dei tre classicissimi citati ad inizio recensione, tratti dallo storico concerto di beneficenza per il Bangladesh.
Insomma c’è un po’ di tutto dentro questa raccolta, nessun inedito (tranne la dylaniana “I Don’t Wanna Do It”, che però circola in altri modi da vent’anni) ma anche un paio di gravi lacune come l’assenza di una grande canzone come “Wah Wah” ed altre sicuramente valide come “Bangladesh” e “Stuck Inside A Cloud”, ovvero l’ultimo bel brano scritto da Harrison ed apparso sul postumo Brainwashed. Si tratta di pezzi che probabilmente avrebbero alzato il livello medio di qualità, ma certamente una raccolta doppia non era giustificabile e perciò qualche scelta, anche dolorosa, bisognava pur farla. Per chi volesse comprarlo, a questo punto consigliamo di rivolgersi ad I-Tunes che in omaggio regala, perlomeno, un prezioso demo inedito di “Isn’t It A Pity”, con il solo Harrison alla chitarra elettrica intento a canticchiare per le prime volte una delle sue migliori composizioni.
|