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Manic Street Preachers
Journal For Plague Lovers
2009
Columbia
di Alex Tessarolo
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Nono album per la band gallese di alternative-(power)-rock tanto amata oltremanica; i Manic Street Preachers escono con un’opera particolarmente sentita a causa del recupero dei testi, o meglio dei versi, scritti dallo scomparso, e probabilmente defunto, Richey Edwards (svanito nel nulla nel lontano 1995), l’ex quarto membro della band (una sorta di Sid Vicious meno drogato, più psicolabile e con un grande talento nell’uso delle parole).
Dopo anni e anni di attesa di un ritorno mai registrato, i restanti tre “Predicatori di Strada” hanno finalmente deciso di riprendere in mano gli ultimi lasciti artistici del loro compare di avventure e li hanno musicati con passione e devozione. Così si è manifestata l’involontaria opportunità di dare un freno al maldestro tentativo di adattamento al nuovo secolo e alle nuove sonorità a favore di un recupero della loro pura e innata essenza glam-grunge: chitarroni carichi di distorsione, assoli smangiucchiati, accordi pestati a sangue, spleen “emo” tarpati nel volo verso la libertà e rinchiusi in gabbie d’adamantio. La produzione di Steve Albini è normale amministrazione, ritorno alle facili e oliose strutture Nirvanesche, abbandono dei cervellotici diagrammi post-rock, volumi sparati al massimo e archi in misura contenuta; atmosfera da camicie di flanella, espressioni accigliate, legna da tagliare, libri classici ma sgualciti e uno spiedo in attesa di carne da arrostire. Tutto molto primi anni ’90 con Smashing Pumpkins a dar lezione di disperazione e decadenza, rileggendo la poetica baudelairiana dove più i fiori sono belli più fanno male. In Gran Bretagna il disco non ha deluso le aspettative, anzi si grida al grande ritorno; ma a prescindere dalla piacevole ironia riscontrabile qua e là nelle liriche, sembra di tornare a Madame Tussaud per la decima volta, e per quanto la statua di Britney Spears sia fatta molto bene, il resto l’ho già visto e sentito troppo spesso per potermi entusiasmare più di quando centro la tazza del cesso dopo aver bevuto un paio di litri di birra. Le canzoni hanno una composizione discreta e scorrono piuttosto liscie, tranne alcuni accenni a passate pulsioni metal: fra i migliori momenti si segnala la simpatica e gommosa “Jackie Collins Existential Question Time”; i Duran Duran infilati nella presa dell’elettricità con i capelli ancora ingelatinati della title track; i momenti acustici di “Facing Page: Top Left” e “This Joke Sport Severed”.
I fan saranno più che accontentati ma fra i vari ritorni di morti viventi anni ’90, quello dei Manic passa decisamente sotto traccia. Da segnalare la bella copertina, disegnata dall’artista inglese Jenny Saville, che raffigura il volto di una bambina vagamente inquietante; curiosamente i quattro più importanti supermercati inglesi hanno deciso di censurarla, nascondendola dentro un involucro anonimo per evitare chissà quali turbe fra i minori.
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02/07/2009 -
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