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Fischerspooner
Entertainment
2009
Lo Recordings
di Alex Tessarolo
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Non lasciatevi tradire dal titolo, di intrattenimento qua dentro ce n’è davvero poco e di divertimento ancora meno. Il titolo più adatto sarebbe stato un più sincero: “c’era una volta l’electroclash”; il genere che trascorse ad inizio millennio un paio di anni vissuti sulla cresta dell’onda, grazie all’apporto di gruppi in palese stato di grazia (fra i quali proprio i Fischerspooner con il loro primo album, “Best album ever”) e ad un pubblico pronto ad un recupero in versione meno romantica e leccata degli anni ’80; esauritosi presto tale fermento emotivo attorno al fenomeno, l’electroclash si è rifugiato in luoghi dello spazio sonoro tuttora inesplorati e ha lasciato strada libera al ritorno del più banale e stra-sentito electro-pop, la cui bontà viene solitamente decretata più dagli elementi pop che da quelli electro.
I Fischerspooner sembrano leggermente incoscienti, e perciò forse anche perdonabili, nella loro perdita totale di direzione. Il loro secondo lavoro, “Odissey”, spingeva molto sul lato teatrale e glam del duo, fregiandosi di almeno due-tre eccellenti singoloni buoni sia per la pista dei club che per le autoradio dei pendolari; e grazie a questi erano riusciti a sopravvivere all’estinzione che ha colpito tutta la loro specie. Difficilmente vi riusciranno questa volta. L’ambizione può essere più fatale dell’ignoranza e dell’incapacità: i due Fischerspooner hanno voluto liberarsi di ogni loro difetto e stranezza e hanno preferito puntare su un suono estremamente pop, più totale e totalizzante, servendosi della produzione di Jeff Saltzman (l’artigiano del suono dei Killers) convinti di poter porsi nella scia di band rock che vivono su un altro gradino del successo. Ma l’addizione non ha dato il risultato sperato; anzi, il lavoro di Jeff sembra più mettere i bastoni fra le ruote alle discrete basi electro nella speranza di creare muri sonori dalla resistenza più che dubbia, con l’unico raggiungimento di dare l’impressione che i brani siano stati pescati dal materiale di scarto di Human League e Thompson Twins; dimostrazione di tale deriva è facilmente riscontrabile in canzoni fastidiosamente (retro)futuristiche e distopiche quali “We Are Electric” e “In A Modern World”, quasi asfissianti nella loro orgogliosa boriosità; roba che sarebbe identificabile con l’electro-pop di Sheffield, se solo nella città dello Yorkshire non avessero avuto le palle d’acciaio, mentre qui siamo di fronte alle isterie di un paio di prime-donne che badano più alla scelta dell’abito che alla cura delle pelle.
Ma non c’è bisogno di ricorrere ad eccessive critiche, d’altronde l’opera è stata distribuita dalla giovane etichetta di loro proprietà, la FS Studios, e i danni se li pagheranno da soli. Non è tutto letame quello che puzza, e un paio di brani che si salvano li possiamo pure consigliare: l’autoassolutorio j’accuse “Money Can’t Dance” (sempre un Depeche Mode di seconda mano), il grido ribelle “Infidels Of The World Unite” e i synth di “Amuse Bouche”; decisamente troppo poco per non cantarne un bell’epitaffio.
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03/07/2009 -
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