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Li aspettavamo dal 1977, quando dopo l’uscita della tripla raccolta con inediti Decade, Neil Young espresse la volontà di raccogliere in maniera più approfondita il suo lavoro accompagnandolo con tutti gli inediti persi lungo la strada dei suoi innumerevoli masterpieces. Da allora, le voci su questi fantomatici Archives si sono inseguite in una corsa contro il tempo e contro le bizze dell’instabile cantautore canadese. Tra continui rinvii, piccole anticipazioni (la Performance Series) e nuovi album mediocri, finalmente ora, dopo decenni di attesa spasmodica, possiamo vedere se il santo (il box in questo caso) vale la candela e se il prodotto dello sforzo congiunto di Young e del suo archivista Joel Barnstein è davvero così eccezionale, ed imperdibile, come sembrerebbe viste le premesse.
Archives Vol. 1 si presenta al pubblico come l’opera omnia della carriera younghiana (per adesso solo sul periodo che va dal ’63 al ’72), sia dal punto di vista musicale audio e video, con i brani rimasterizzati tutti in digitale, che da quello iconografico con poster, articoli e memorabilia varia, il tutto raccolto in un box set lussuosissimo, che nelle edizioni in DVD e Blu-Ray consta addirittura di 10 dischi (tra cui il film flop Journey Through The Past) più un librone di 236 pagine a colori (acquistabile anche separatamente sul sito ufficiale). L’edizione sulla quale Young ha puntato tutto è appunto quella in Blu-Ray, la quale permette di scaricare contenuti aggiuntivi e di gestire in maniera interettiva l’intera timeline e ascoltare le canzoni anno per anno con corredo di filmati e immagini relative all’anno selezionato dall’utente. Si tratta del formato che Young ha sempre sognato e che grazie alle ampie capacità di memoria e di qualità audio gli ha permesso di realizzare tale visione. Anche se fa un po’ specie vedere un’artista, che ha creato la sua leggenda su feedback chitarristici e sporcizia musicale, correre dietro la chimera della massima qualità audio. Specialmente se ciò vuol dire infischiarsene delle possibilità economiche di chi poi deve procurarsi tutto questo ben di dio; ed inoltre, sarebbe interessante sapere quanti appassionati nella propria vita hanno ascoltato la musica davanti alla televisione con un telecomando in mano. Per questo, pur elogiando il lavoro grafico e strutturale di quest’opera, preferiamo, in sede di recensione, concentrarci nell’analisi degli 8 dischi che formano la versione (povera) in CD. Perché pur sempre di musica (ovvero di ascolto della stessa) ci occupiamo:
1 – The Early Years (1963-1968):
Sono gli anni in cui Neil Young e i suoi Squires suonano alle feste di liceo in Canada, e registrano per una minuscola etichetta locale un paio di 45 giri “Sultan” ed “Aurora” e qualche demo, tutti ovviamente inclusi in questo disco. Se i primi due sono degli strumentali surf di scarsa qualità, le altre canzoni incominciano a mostrare i primi abbozzi cantautoriali di Young, e per tutto il corso dell’ascolto si ha testimonianza viva e graduale del processo di maturazione compositiva del canadese. Basti pensare a “I Wonder” e “The Ballad Of Peggy Grover”, ovvero le versioni primordiali di quella “Don’t Cry No Tears” che verrà completata, superbamente, solo nel 1975 per l’album Zuma. Curiosa anche “Hello Lonely Woman”, dove ascoltiamo Young alle prese con il blues duro e puro tra chitarra e armonica, una vera rarità. Completano il disco i demo che Young registrò da solo con la chitarra acustica e mandò in giro presso le maggiori etichette prima di raggiungere il successo, e le canzoni composte nel periodo dei Buffalo Springfield (la band in cui cominciò a cimentare la sua amicizia con Stephen Stills, importantissima in futuro) e quindi capolavori come “Mr. Soul” e “Expecting To Fly” ma anche gli inediti già apparsi su Decade e sul precedente box set antologico della band, ma anche qualche novità assoluta come la prima versione di “Broken Arrow” (l’acustica “Down, Down, Down”) e la strumentale “Slowly Burning”, dal delicato intreccio tra chitarra acustica ed elettrica suggellato da un sognante arrangiamento d’archi.
2- Topanga (1968-1969):
Accantonata l’avventura con i Buffalo, Young firma un contratto con la Reprise e si mette subito al lavoro con il suo amico David Briggs (il, fondamentale, produttore dei migliori album del songwriter canadese) gettando le basi sia del primo album solista che quelle di una fortunata e brillante carriera. In questo secondo cd, l’album Neil Young è presentato nella sua (quasi) interezza ed un paio di brani (“What Did You Do With My Life?” e “I’ve Been Waiting For You”) sono proposti nel loro missaggio originale, ovvero quello precedente alla seconda operazione di remix operata da Young, all’epoca, per rimediare agli errori della casa discografica. Ma i pezzi forti provenienti dalle sessions di registrazione del primo album, sono le due versioni alternative di “Everybody Knows This Is Nowhere” e “Birds” (questa mai ascoltata prima d’ora, neanche dai più maniacali collezionisti), registrate il 30 settembre 1968, e fortemente diverse rispetto alle loro, successive e definitive, versioni. In particolare la prima, la quale presenta un arrangiamento acustico (quando la resa finale è invece completamente elettrica) ed addirittura un intervento di mellotron, strumento che mai più comparirà in una registrazione del canadese. In chiusura di cd troviamo le storiche “Down By The River” e “Cowgirl In The Sand”, che segnano lo stratosferico debutto, nella vicenda discografica younghiana, dei Crazy Horse capitanati dal, tanto geniale quanto sfortunato, chitarrista Danny Whitten. Poter riascoltare queste due cavalcate di puro lirismo elettrico in questo nuovo formato rimasterizzato è davvero un piacere irresistibile, per poter godere a pieno dei travolgenti duelli a colpi di sciabolate chitarristiche offerteci da Young e Whitten. Da segnalare anche, la presenza di una versione live molto rara di “Nowadays Clancy Can’t Even Sing”.
3 – Live at the Riverboat (Toronto 1969):
Annunciato come il Disc 01 della Performance Series degli Archivi, è l’unico concerto che non è stato pubblicato anche separatamente dal box set. Si tratta di una selezione tratta dai concerti che Neil Young tenne, nel febbraio del ’69 al Riverboat di Toronto, accompagnandosi da solo alla chitarra nel breve lasso di tempo tra la fine della promozione del primo album e l’inizio delle registrazioni di Everybody Knows This Is Nowhere insieme ai Crazy Horse. Live At The Riverboat sulla falsariga del precedente Disc 00 Sugar Mountain – Live at the Canterbury House (che abbiamo recensito qualche mese fa) è un album live molto breve e frammentario con troppi interventi parlati tra un brano e l’altro, nel quale si mettono in evidenza un’eccelsa esecuzione di “Last Trip To Tulsa”, che pare addirittura migliore di quella rintracciabile sul primo album, una intima e sentita “The Old Laughing Lady” e una delle primissime versioni della parte iniziale di “Country Girl” (la suite scritta per i CSNY), ovvero “Whiskey Boot Hill”.
4 – Topanga 2 (1969-1970):
Si inizia con la seconda parte dell’album Everybody Knows This Is Nowhere capitanata dalla rocciosa e travolgente hit “Cinnamon Girl” e si prosegue con un’altra (bellissima e brevissima) versione alternativa di “Birds” e un nuovo mix stereo di “Oh, Lonesome Me”. Ma il pezzo più interessante, è l’assolutamente inedita “Everybody’s Alone” incisa con i Crazy Horse a Los Angeles nell’estate del ’69. Una canzone dalla melodia semplice ma d’effetto ed un assolo di chitarra finale semplicemente superbo. Gli ultimi mesi del 1969 sono, per Young, frenetici e pieni di impegni; infatti, mentre è alle prese con la registrazione di un mucchio di nuove canzoni che finiranno poi in After The Goldrush viene contattato dal vecchio amico Stephen Stills per unirsi a lui, Graham Nash e David Crosby per rinforzare il loro super gruppo in una serie di concerti e per un nuovo album previsto per l’anno successivo. Il primo prodotto di questa collaborazione rappresentato in questo cd è la versione di “Sea Of Madness” tratta dalla colonna sonora di Woodstock, finora, sì, reperibile solo nel disco del relativo festival, ma non certamente considerabile come un vero e proprio inedito e sicuramente non la fantomatica versione studio del brano (bruttino, a dirla tutta) che i fans che speravano di trovare negli Archives, probabilmente, aspetteranno per sempre. Le altre due canzoni scritte da Young per i CSNY sono “Country Girl” e la celebre “Helpless”, qui riproposta in un mix leggermente differente rispetto a quella dell’album Deja Vù. Curiosa, infine, la versione sgangherata di “Dance, Dance, Dance” regalata successivamente da Young ai Crazy Horse per il loro album d’esordio.
5 – Neil Young & Crazy Horse, Live at Fillmore East (New York 1970):
Già edito nel 2006 come Disc 02 della Performance Series, fu il primo assaggio, che Neil Young diede al suo pubblico, di ciò che sarebbero stati questi archivi. Il disco, evidentemente dedicato alla memoria di Danny Whitten (morto per overdose di eroina nel 1972), mostra i Crazy Horse (con l’aggiunta di Jack Nitzsche alla tastiera) al massimo del loro livello musicale. Insieme alle allucinanti versioni di “Down By The River” e “Cowgirl In The Sand” spiccano “Wonderin’” (che vedrà la sua collocazione definitiva, in una veste decisamente peggiore, in un album pessimo come Everybody’s Rocking dell’83) e “Winterlong” (la cui versione in studio verrà pubblicata in Decade nel ’77), ma soprattutto l’unica canzone co-scritta da Young e Whitten, ovvero la trascinante “Come On Baby, Let’s Go Downtown” ripresa poi, nella stessa versione, in Tonight’s The Night (1975). Una scaletta breve (a causa della clamorosa incompetenza della casa discografica che perse la maggior parte dei nastri multitraccia di questi concerti) ma quanto mai intensa.
6 – Topanga 3 (1970):
Pur non rinunciando agli impegni con i CSNY (vedi la splendida versione live di “Only Love Can Break Your Heart” e la magnifica canzone di protesta “Ohio”, composta in cinque minuti da Young davanti ad un estasiato Crosby, mentre erano intenti a fare colazione leggendo le news), il canadese trova il tempo per finire di registrare insieme ai Crazy Horse, a David Briggs, Jack Nitzsche e, all’allora giovanissimo, Nils Lofgren, quello che i critici non esitano a definire il suo più grande capolavoro, After The Gold Rush. Un album praticamente perfetto, straordinariamente equilibrato tra delicate ballate (“Tell Me Why”, “Don’t Let It Bring You Down” e la title track) e grintose cavalcate elettriche (“Southern Man” e “When You Dance, I Can Really Love”, quest’ultima, qui, in una versione con una bella coda strumentale allungata). Per i maniaci dell’inedito le orecchie sono tutte puntate sulla versione in studio di “Wonderin’” con i Crazy Horse ed una rara versione live di “See The Sky About The Rain” (completata successivamente per On The Beach del ’74). Curiosa, infine, l’inclusione di “Music Is Love”, brano co-scritto da Young, Nash e Crosby per l’album solista di quest’ultimo: il leggendario If I Could Only Remember My Name.
7 – Live at Massey Hall (Toronto 1971):
Pubblicato nel 2007 come Disc 03 della Performance Series, l’album testimonia un Neil Young che giunse a questo concerto dopo un biennio di soddisfazioni straordinarie, sia da solista (con il capolavoro After The Gold Rush) e soprattutto insieme a Crosby, Stills & Nash con i quali tirò fuori un disco (Deja Vu) e un tour di grandissimo successo. Non a caso quindi, arrivato nel suo paese natale fu acclamato al pari di un eroe nazionale; e tutto questo entusiasmo è testimoniato dagli applausi scroscianti udibili nel cd. Ma il Massey Hall non è solo questo naturalmente. Young aveva già pronte la maggior parte delle canzoni che poi sarebbero confluite nel suo album di maggiore successo, il leggendario Harvest, e quindi incominciava a provarle già dal vivo senza ancora avere idea di come e quando pubblicarle. Quindi i fortunati spettatori ebbero la fortuna di ascoltare in anteprima canzoni come “Old Man”, “A Man Needs A Maid / Heart Of Gold” (suite che nella prima parte vedeva una versione senza gli orpelli orchestrali che avrebbero poi appesantito eccessivamente la canzone nell’album, e nella seconda una veloce ed inedita rivisitazione pianistica della futura hit) e l’inno anti-eroina “The Needle And The Damage Done” che ascoltarle così fanno un certo effetto. In una performance strepitosa sia a livello sonoro che di interpretazione meritano poi di essere citate ”Journey Through The Past”, “Love In Mind”, “Bad Fog Of Loneliness”, “See The Sky About The Rain” e “Dance Dance Dance” che rimasero in un modo o nell’altro inedite per parecchio tempo. Neil Young e David Briggs, il suo produttore “storico”, invero presero in considerazione la possibilità di pubblicare questo live già all’epoca, ma poi non se ne fece nulla perché il songwriter era concentrato nella realizzazione di Harvest. In fin dei conti la storia gli ha comunque dato ragione, se l’album del ’72 divenne un numero 1 e se oggi possiamo, comunque, godere di questo concerto.
8 – North Country (1971-1972):
Young affaticato dagli incredibili sforzi profusi negli ultimi due, intensi, anni, trascorsi tra concerti, registrazioni e il divorzio dalla moglie Susan, si ritrova moralmente e fisicamente a pezzi (la schiena non regge più e il musicista è costretto a tenere un tutore diverse ore al giorno) e perciò riabbraccia le sonorità più acustiche, e si chiude nella stalla del suo ranch (il Broken Arrow) con la sua nuova band, gli Stray Gators per dare forma compiuta al nuovo materiale. Il risultato è il celebre Harvest, super campione di incassi per gli anni a venire, e questo ultimo cd degli Archives ci presenta una rassegna completa e cronologica delle sessions di registrazioni di questo storico album. Affianco a classici intramontabili come “The Needle And The Damage Done”, “Old Man” e “Heart Of Gold” troviamo l’inedita (in questa versione) “Bad Fog Of Loneliness”, un’ ulteriore resa di “Dance, Dance, Dance” con Graham Nash al banjo e un nuovo mix di “A Man Needs A Maid” la cui registrazione con la London Symphony Orchestra è stata filmata ed è visibile nelle versioni DVD/Blu-Ray. Rimanendo ancora nel campo dei brani non precedentemente editi, segnaliamo una versione di “Journey Through The Past” con gli Stray Gators piuttosto differente da quella presente nell’omonima colonna sonora. Mentre da quest’ultima sono tratte la lunghissima versione jammata di “Words” e la ballata al pianoforte “Soldier” (qui in un mix leggermente diverso dall’originale). Chiude il disco e gli Archives “War Song”, un’apprezzabile canzone elettrica con il contributo di Nash ai cori, e fin’ora disponibile solo nell’originale 45 giri del relativo singolo.
***** Come abbiamo potuto constatare, dunque, questo sospirato Volume 1 degli Archives di Neil Young è un’opera, sì, imponente e mastodontica, ma, purtroppo, anche non esente da difetti. Innanzitutto il prezzo proibitivo, in particolar modo per le versioni “maggiori” che richiedono una ingente spesa sia per il cofanetto in sé che per l’acquisizione di un sistema di riproduzione (tra lettori, televisione HD e impianto audio) all’altezza della situazione. Mentre, chi si accontenterà dell’edizione in cd, pur spendendo comunque molto, non potrà “godersi” il film Journey Through The Past, gli altri contenuti visivi ed il librone (tutti comunque, come già detto in apertura, reperibili singolarmente sul sito, previa altra spesa enorme). Guardando invece ai contenuti dei preziosissimi dischetti, notiamo come il numero dei brani davvero inediti è decisamente esiguo, e si tratta nella maggior parte dei casi di remix o canzoni live, che per di più si ripetono più volte (a chi importa sentire tre versioni di un pezzo minore come “Sugar Mountain”?) e certamente non si tratta di quel tesoro perduto sognato dai fans in tutti questi anni d’attesa. Inoltre, Young invece di pubblicare solo gli inediti e versioni alternative delle canzoni più importanti (come fatto in precedenza, e con grande onestà, dai Beatles con le Anthology, da Springsteen con Tracks e più recentemente dai familiari di Elliott Smith con New Moon) ha ben pensato di infarcire i dischi con tutte le canzoni già edite e famosissime, con la scusa di una rimasterizzazione digitale di alto livello, ma senza perseguire la completezza assoluta, che a quel punto era doverosa, lasciando qualche lacuna qua e là. Dulcis in fundo, chi negli scorsi anni, accecato dalla voglia di mettere le mani sui concerti inediti del canadese, avesse deciso di acquistare le edizioni costosissime dei live al Fillmore East e del Massey Hall, se li ritroverà come doppioni, visto che sono presenti anche nei cofanetti. Ovviamente un opera del genere, soprattutto se griffata da Neil Young, non può avere solo difetti ed è perciò opportuno segnalare la qualità audio eccelsa (aldilà del formato/supporto che si sceglierà di acquistare) di tutte le tracce, comprese le primissime registrazioni del ’63. E aldilà dei discorsi di utilità e di rapporto qualità/prezzo, con gli Archives ci troviamo di fronte ad una carrellata approfondita e soddisfacente dei primi nove anni di carriera di uno dei più grandi songwriters di sempre. Il consiglio finale, è allora, per i neofiti, di acquistare prima i classici su cd o vinile, sia per i prezzi ben più bassi che per il fascino che gli album nella loro concezione (e tracklist) originale ancora tutt’ora conservano; mentre ai fan più smaliziati, sicuramente risulterà essere comunque un acquisto azzeccato e fondamentale, soprattutto nella versione Blu-Ray, ovviamente, a patto di avere i soldi necessari. Il tutto nella speranza che il prossimo volume risulterà meglio strutturato sia nei contenuti (il periodo 1973-1979, a tal proposito, promette grandissime cose a livello di inediti e live) che nella presentazione ai consumatori.
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