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Dischetto a prima vista inutile ma anche no, questo della matura band del New Jersey The Smithereens, che dopo aver risuonato interamente “Meet The Beatles” del 1964 si cimentano ora nella rilettura della rock opera degli Who datata 1969.
Contro ogni apparenza l’operazione messa in atto da Pat DiNizio & Co. si rivela già fin dal primo ascolto assolutamente sensata. Il “Tommy” originale fu infatti un disco tipicamente post-pepperiano. Dopo una prima fase in cui gli Who erano di fatto una garage-band, intorno al 1967 Pete Townshend aderì con entusiasmo alla rivoluzione sperimentale (“Revolver”) e concettuale (“Sgt. Pepper”) che i Beatles di concerto con Dylan (“Blonde On Blonde”), i Beach Boys (“Pet Sounds”) ed altri stavano portando avanti in un ambito che da “beat” stava velocemente mutando nel “rock” che tutti oggi conosciamo. Ovvero, in un genere con una dignità propria simile a quella del jazz, non più legato al (limitante?) formato della canzone e del 45 giri, ma piuttosto orientato a sfruttare le possibilità insite in album da 40 e più minuti di durata, utilizzabili per raccogliere brani uniti da un filo logico, per lanciare messaggi, raccontare storie e (in alcuni casi) per creare delle vere e proprie sinfonie. “Rock”, naturalmente. Senza eccezioni, tutti i grandi songwriters del tempo seguirono il flusso della Storia. Townshend però contribuì un po’ più degli altri alla transizione, grazie anche all’influenza del suo manager Kit Lambert patito di opere liriche, che lo incoraggiò a scrivere e musicare quella che in retrospettiva (Pretty Things e “S.F. Sorrow” permettendo) è considerata la prima “opera rock” della storia: “Tommy”, appunto, doppio LP che vide la luce nel 1969 e che dopo l’esecuzione al festival di Woodstock lanciò gli Who nel firmamento della musica: la storia del bimbo cieco e sordomuto che diventa una sorta di Messia giovanile grazie alle sue prodigiose capacità nel giocare a flipper (metafora del timido ragazzino col nasone – Townshend stesso – che si tramuta nel portavoce di un’intera generazione dopo essere diventato chitarrista di una rock band).
Lungi da me negare la grandezza del “Tommy” originale, che considero una delle massime espressioni del rock (di fine) anni Sessanta. Riascoltato oggi, risulta però un artefatto tipico del suo tempo, a tratti molto barocco e assai diluito, con una eccessiva ripetizione di temi musicali e almeno un paio di brani che sembrano inseriti per fare quantità. Certo, è un capolavoro. Ma chi ha stabilito che un capolavoro non possa essere “modernizzato”? Ed è esattamente quanto hanno fatto gli Smithereens.
Tanto per cominciare, il loro è un “Tommy” compatto, di soli 41 minuti: il “Tommy” che gli Who avrebbero probabilmente realizzato in un mondo senza “Sgt. Pepper”, pre-psichedelia e pre-stereofonia. Un “Tommy” che conserva solo i brani fondamentali e fila come un treno dall’inizio alla fine. Sarebbe stato facile velocizzare e punkizzare i pezzi, ma, al contrario, gli Smithereens si dimostrano – come già su “Meet The Beatles” – incredibilmente rispettosi nei confronti del materiale originario. La velocizzazione, quando c’è, è appena sensibile. E chiaramente, a distanza di 40 anni, alcune sonorità risultano molto diverse: le chitarre sono più ficcanti, la batteria più diretta ed essenziale. E il cantato senza fronzoli di Pat DiNizio non fa mai rimpiangere quello di Roger Daltrey, storicamente puntato sulla gola (e di cui devo ammettere di non essere un grande fan). Anzi. Ma in generale l’operazione è molto più sottile: gli Smithereens eliminano la fuffa e si concentrano solo su quei brani (e su quei movimenti) di provata brillantezza creati da Pete Townshend 40 anni fa. Sono espunti, di conseguenza, i momenti alla music-hall (“1921”), ripetizioni quali la pur ottima “Underture” (troppo simile a “Overture”) e la musicalmente obiettabile “Fiddle About”. Peccato per “Cousin Kevin” e “Sally Simpson” forse poco adatte alla raffica sonora degli Smithereens, band comunque ancorata sui canoni del college-rock degli anni '80. Tutto il resto però è mantenuto e risuonato splendidamente, rispettando la dinamica sonora originale tra basso/chitarra/batteria che resta uno dei maggiori pregi di “Tommy”. Eccellente anche la copertina del CD, chiaramente basata su quella di “Tales From The Who”, un celebre bootleg apparso in America nei primi anni ’70.
Ora la speranza è che la rilettura siffatta di album storici della Storia del Rock non diventi una moda tale da inondare il mercato di prodotti similari, e di minor qualità. Quante band ci sono in giro infatti, con la cristallina classe degli Smithereens?
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