|
Riflettendo un po’ in anticipo sulla fine dell’anno, complici questi afosi giorni di agosto, su quanto ci ha proposto il 2009 musicale in quanto a buon uscite, buoni esordi o eventuali conferme, provando a tracciare con netto anticipo un qualche bilancio, non ci stupiremmo se alla fine, quando si stileranno le immancabili “charts” dei dischi più belli usciti negli ultimi dodici mesi, ci ritroveremo a inserire tra i primi dieci proprio l’esordio della ventiquattrenne Emma-Lee Moss, nuovo nome della scena indie londinese anche se originaria di Hong Kong. First Love è il titolo del disco, che comprende tredici tracce tutte composte e interpretate dalla bella Emmy the Great, questo il nick name (modestamente!) che ha infatti scelto per firmare la sua attività musicale. I primi ascolti lasciano un po’stupiti, forse perplessi: i brani si muovono tutti con leggerezza, scarni nel rivestimento, riempiti della cadenza sonora della voce dell’interprete, che con linda e cristallina morbidezza porta a spasso melodie semplici, cadenzate, di una coerenza disarmante. Se la perplessità iniziale era dovuta in gran parte al sentire come possa suonare bene, anche al giorno d’oggi, nell’anno 2009 appunto, una tessitura armonica e melodica così essenziale, un disco quasi d’altri tempi, dopo qualche ascolto si resta catturati proprio da una misura apparentemente elementare, ma alla fine proprio per questo inattaccabile. ”Absentee”, che apre il disco con un arpeggio pizzicato lievissimo e con un cantato subito lucido ma appassionato, si avvolge poi in un arrangiamento su un tempo in tre, dove ogni strumento è chiaro, preciso, distinto, essenziale. Il brano successivo ”24”, costruito su un giro di accordi iniziale classicissimo, è ancora più asciutto nella veste, ma è praticamente perfetto nello sviluppo melodico. Si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un curioso equilibrio tra certe calibrature folk semplici ma preziose, e buone dosi di americana, che mescolandosi fanno pensare a una sorte di Belle and Sebastian più bucolici, ritrovatisi con pochi strumenti in studio. Quello che potrebbe sembrare un difetto, cioè l’uso di arrangiamenti al limite del didascalico, e che in apparenza sembrerebbero rasentare il banale o il semplicistico, si rivela invece un pregio, una qualità della quale brani scritti con tale livida concretezza e interpretati con una voce da folk singer d’altri tempi, non potrebbero fare a meno. La bella londinese si sbilancia anche in liriche coraggiose, come la storia della gravidanza mancata, descritta con ottima “sceneggiatura” in ”We Almost Had a Baby”, altro piccolo gioiellino in giro di do. Un tocco cinematografico nella descrizione e nell’incalzare delle liriche, che si muovono spesso nelle tredici tracce come veri e propri piani sequenza, e quasi sempre incentrati su tematiche relative a relazioni difficili, o comunque dissidi di comunicazione, e di relazione. Particolarmente riuscito in questo senso, il racconto quasi amaro di Dylan, che inizia con una ritmica all’acustica che pare un vero e proprio omaggio al menestrello di Duluth, per poi svisare ed accelerare e dipingere l’interlocutore del protagonista con due righe che “fanno” da sole la canzone: “tu dici che Dylan è un sentimento/e che non lo vuoi condividere”. Efficace e ancora un volta molto sceneggiato anche il riferimento alla cantante pakistana MIA (personaggio hip hop emergente negli ultimi anni), che dà appunto il titolo ad una canzone della Emmy, con un curioso e quasi insignificante aneddoto che però “fa” racconto: “ mi piaceva sempre quella cantante, di cui tu eri l’unico che mi disse il nome fosse MIA, oppure Em-Ai-Ei”. Anche stavolta con una linea melodica leggera, killer, perfetta. C’è anche spazio per una citazione diretta dell’Hallelujah di Leonard Cohen, nella title track ”First love”: “Adesso il pensiero di te è impresso sul mio corpo, dalla prima volta che mandasi indietro quella strofa di Hallelujah, la versione originale di Leonard Cohen,”, con tutta la strofa che va a cercare richiamandola vagamente, la canzone originale, prima di esplodere proprio nell’inciso ripreso da Cohen, ma saggiamente modificato anche nella lirica: “halleujah, e il cielo era così tanto più blu”. Meno brillanti, ma non meno efficaci i quadretti urban/folk tipo ”City Called”: “la città chiamò e io andai”, o il piano leggerissimo che conduce lo struggente walzerotto ”Everything Reminds Me of You”, insieme ad un morbido hammond e ad una slide leggermente distorta che richiama certe cose del Lennon solista. Tutti bozzetti che si reggono oltre che sul delicato fraseggio della vocalità dell’autrice e sul suo spiccato senso melodico, su ricordi e su racconti che sanno di vissuto (auto)biografico e che per questo si intrecciano alla più classica tradizione delle folk singer, più forse d’oltre oceano, che d’oltre manica. Non a caso è al Dylan delle ballad elettriche, che si ricollega l’energica ”Bad Things Ccoming, We are Safe”, con quell’incedere che sa di Highway 69. Ma è proprio la sonorità generale (sentire come sono registrate tutte le chitarre acustiche con pochissimi effetti) del disco a sapere di certa classicità folkie. Gli strumenti son sempre dosati con sapienza, così che anche quando la scrittura non eccelle ci si lascia comunque piacevolmente accompagnare lungo tutte lo sviluppo dell’album, dall’inizio alla fine, con pochi perdonabili momenti di stanca (”On The Museum Island”, ad esempio) Un buon debutto, una bella penna, e una voce che non lascia indifferenti, Emmy the Great, destinata a crescere ma con già tanta qualità.
|