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Richmond Fontaine, ovvero: gioie e dolori del multitasking. O meglio: del doubletasking, considerando che Willy Vlautin, oltre a cantare e scrivere tutte le canzoni della band di Portland, Oregon, nel corso degli ultimi tre anni è diventato anche uno scrittore di successo, grazie a due romanzi (“The Motel Life” e “Northline”, il primo dei quali tradotto anche in italiano) che gli sono valsi paragoni a due pesi massimi quali Carver e Bukowski. Ovvio quindi che se dedichi tempo ed energie ad un’attività (la scrittura), poi diventa improbo ritrovare una decente concentrazione per farne bene un’altra (la tua rock’n’roll band): ed è probabilmente per questa ragione che “We Used To Think The Freeway Sounded Like A River”, ottava prova discografica dei Richmond Fontaine, è una mezza delusione.
Il primo sentore che ci fosse qualcosa di storto l’ho avuto ascoltando il primo singolo (chiamiamolo così anche se di singolo effettivamente non si tratta, ma piuttosto di brano “di lancio”) estratto dall’album: “You Can Move Back Here” è un brano che si discosta notevolmente dallo stile “indie-rock-desertico” del precedente (capolavoro) “Thirteen Cities” (del 2007): con le sue chitarrine jingle-jangle e la sua semplice – finanche banale – melodia, possiede un sapore anni ’80, l'epoca dei primi R.E.M. ma anche e soprattutto dei gruppi di quella scena californiana comunemente chiamata “Paisley Underground”. Il fatto, però, è che non è certo un pezzo di punta: se l’avessero inciso i Long Ryders, i Rain Parade o i Thin White Rope, “You Can Move Back Here” sarebbe stato probabilmente relegato alla fine di un loro album, e lì sarebbe rimasto.
Si tratta comunque di un episodio anomalo e fin dalla title-track, posta in apertura, si torna alle atmosfere malinconiche e un po’ morbose di “Thirteen Cities”, tanto più che il produttore è lo stesso: JD Foster, collaboratore storico – tra i tanti – dei Calexico. Non si tratta però di una canzone a tutto tondo, ma piuttosto – come anche “The Pull” e la finale “A Letter To The Patron Saint Of Nurses” – di un motivo strumentale su cui Vlautin sovrappone una lirica recitata, la storia – espressa con una serie di immagini magistrali – di una coppia di ragazzi che vive la prima storia d’amore al bordo della piscina di una casa abbandonata da cui si vede l’autostrada che, come da titolo, “...pensavamo che avesse lo stesso suono di un fiume...” Ci sono anche quattro brani interamente strumentali (“Northwest”, stesso titolo del secondo romanzo di Vlautin, “Sitting Outside My Dad’s Old House”, “Watch Out” e “Walking Back To Our Place at 3 AM”) a sottolineare come si tratti – volutamente o, chissà, magari per carenza d’ispirazione - di un album di atmosfere piuttosto che di canzoni, quasi che il suo autore lo abbia voluto intendere come colonna sonora da tenere in sottofondo mentre si leggono i suoi libri. Altrove si ha la sensazione che i Richmond Fontaine abbiano fatto un passo indietro, verso le sonorità più giovanili e (volendo) “new wave” di album quali “Winnemucca” (2002) e “Post To Wire” (2004): è il caso della quasi-punk “43” e di “Two Alone” - dalla lirica angosciante che parla di un povero cristo impantanato in una nuova città con un lavoro ripetitivo e una ragazza incinta che passa il tempo a fare acquisti inutili con la sua carta di credito – in cui la voce di Vlautin (abitualmente rassegnata e/o distaccata) pare sul punto di esplodere, come non gli sentivamo fare da parecchio tempo.
Ma fatti i debiti conti “We Used To Think The Freeway Sounded Like A River” contiene solo due brani che mi sento di definire all’altezza dei precedenti intoccabili “The Fitzgerald” e “Thirteen Cities”. Il primo è “The Boyfriends”, storia di una sconsiderata “single-mom” inconsapevole dell’effetto che vederla in situazioni intime con amanti occasionali produce sul figlioletto, contrassegnata da una bellissima sequenza di note eseguite dalla tromba tex-mex di Paul Brainard. Notevoli, poi, i due inaspettati crescendo, in uno dei quali Vlautin nel ruolo dell’amante che ha rimorchiato la donna al bancone di un bar di periferia, si sente improvvisamente fuori posto: “...She’s on top of me, / I saw her kid staring at me / I didn’t know she had a kid... / I ain’t like that... / Oh I ain’t gonna be like that...!!!” Poi c’è il country-rock di “Maybe We Were Both Born Blue”, semplicemente perfetta con la sua chitarra pedal-steel e una gioiosa, cristallina melodia, deliziosa anche nell’essenzialità delle liriche, che descrivono un tortuoso amore ai tempi del liceo. E’ uno dei più eccellenti brani mai usciti dalla penna di Willy Vlautin, non c’è dubbio, e nel contempo anche uno dei migliori del 2009 tout court.
Due soli episodi, quindi: molto - ma molto - meno di quanto mi aspettassi, ma comunque abbastanza per ritenere che Willy Vlautin dovrebbe riflettere meglio (ammesso che abbia già deciso) se è proprio il caso di continuare a dedicare tutte le sue energie alla sacra causa della letteratura.
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